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2007 Vincitori

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2007 I Edizione Vincitori

La Miglior Opera di Narrativa Straniera

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Hisham Matar, Nessuno al mondo (Einaudi)

La Motivazione

Con Nessuno al mondo, Hisham Matar racconta attraverso gli occhi stupefatti e sofferenti di un bambino di nove anni una delle tante tragiche storie che si consumano nell’ombra di regimi autoritari, come la Libia di Gheddafi, che hanno inverato nel più atroce dei modi gli incubi profetici di Kafka.

Nato a New York nel 1970 da un padre diplomatico, poi coinvolto in un movimento d’opposizione e scomparso da vent’anni,  Matar vive in esilio dal 1979, prima al Cairo, poi a Londra, e scrive in inglese per cercare di cambiare almeno nell’invenzione narrativa gli sfortunati destini del padre, della madre e di un’epoca.

Quello che si consuma in questo romanzo d’esordio, già perfettamente maturo, è una vicenda esemplare di distruzione della personalità, che il regime mette in atto verso i suoi oppositori: arrestati, torturati, umiliati, prima di essere eliminati anche fisicamente. La stessa vicenda che Primo Levi ha analizzato in Se questo è un uomo e in I sommersi e i salvati. Nel paese di delatori e di una onnipotente polizia politica, dove anche i muri hanno le orecchie, il degrado morale praticato dal regime si diffonde come un contagio e trascina nell’abisso anche le sue vittime.

Come ad Auschwitz, non basta essere vittime per essere dalla parte dei giusti. Non è un mondo diviso in buoni e cattivi, quello che Hisham Matar rappresenta, ma la sua perversa complessità, la sua fragilità etica indagata senza paura con cuore di poeta e mano sicura di narratore.

Nessuno al mondo non va dunque letto come una testimonianza o un documento, ma come una prova di vera letteratura, capace di superare le contingenze del tempo e dello spazio per assumere un valore universale. Capace di tracciare una dolente cartografia di territori incogniti, di scomode verità umane.


La Miglior Traduzione

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Bruno Ventavoli

Magda Szabo’s, Pilátus (La Ballata di Iza - Einaudi)

Che il “Premio Vallombrosa Gregor von Rezzori” abbia una sezione dedicata alla traduzione è un dato di grande importanza. Rezzori, che amava la lingua e le lingue, aveva infatti, nei confronti degli adepti di quest’arte negletta, una considerazione che andava molto al di là del normale compiacimento di chi vede la propria opera rinascere in un contesto linguistico-culturale diverso dal proprio. Lui che, grazie a uno straordinario talento, era in grado di controllare personalmente le versioni dei suoi libri in quasi tutte le lingue europee, conosceva e onorava la fatica operosa e amorosa di chi si pone al servizio di un’opera perché altri, lontani, possano conoscerla e apprezzarla, e sapeva quanto il successo – o l’insuccesso - di uno scrittore all’estero dipenda dalla capacità del traduttore di sentire dentro di sé, e ricreare per gli altri, un universo sentimentale, l’atmosfera di un paesaggio, colori, odori, sapori remoti o addirittura scomparsi.

Nella Ballata di Iza Magda Szabó dà voce a un mondo che sta caparbiamente dimenticando se stesso nell’illusione che il presente, e soprattutto l’immediato futuro, possano scacciare tutte le ombre, comprese quelle dalle quali veniamo e alle quali siamo destinati a tornare. Sullo sfondo dell’Ungheria degli anni Cinquanta, delle illusioni e delle miserie di quella storia - che è storia di ieri e che è comunque storia di tutti noi – il romanzo racconta e fa agire solitudini, silenzi, occasioni d’amore inascoltate e perdute. Difficile, difficilissimo per il traduttore entrare in quel congegno senza appesantirlo o, viceversa, senza semplificarlo, senza “adattarlo”.

Bruno Ventavoli è riuscito magistralmente a immergersi nel testo senza mai sporcarlo, senza lasciare tracce. Il compito più arduo del traduttore, quello di accordare la propria voce sull’opera, e non viceversa, egli lo ha assolto trovando la misura perfetta tra la necessità di ricreare un tessuto – con tutte le responsabilità “letterarie” che questo comporta - e il dovere imprescindibile di quello che Franco Fortini ha chiamato il “servizio” del traduttore nei confronti dell’originale. Di questo romanzo così ricco e vibrante Ventavoli ha saputo restituire il tono – gli strazi, lo squallore, gli entusiasmi, le attese – con il giusto equilibrio e la giusta partecipazione, e ne ha reinterpretato lo stile, sommesso, prosciugato e insieme alto, con una resa italiana che, dalla prima all’ultima pagina, riesce a non allentare mai la tensione, a non sembrare mai – e questo è il grande paradosso del nostro mestiere, la lode per noi più ambìta – una traduzione.


Finalisti

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Daniel KehlmannLa misura del mondo (Feltrinelli)

Con La misura del mondo (ed. Feltrinelli) il tedesco Daniel Kehlmann ha scritto un esilarante romanzo in cui filosofia e storia, scienza e letteratura convergono in un raffinato gioco di finzione e realtà. Due grandi personaggi a cavallo fra il Sette e l’Ottocento, il geografo e scienziato Alexander von Humboldt e il grande matematico Carl Friedrich Gauss, sono i protagonisti del romanzo e di una sublime impresa: la misurazione del mondo. L’ uno in giro per le foreste dell’America del sud, insaziabile osservatore di realtà enigmatiche e misteriose, l’altro, perso tra formule e numeri, nel piccolo entourage della Gottinga dell’epoca, ma con la mente protesa verso una scoperta rivoluzionaria: la curvatura dello spazio. Con affabile maestria e un felice senso dell’umorismo Kehlmann ricostruisce l’incontro dei due geni in occasione del Congresso degli scienziati tedeschi a Berlino nel 1828. E’ il punto di partenza per la radiografia di un’epoca carica di aspettative e speranze che la realtà traduce in amare delusioni. Grandezza scientifica e miseria politica, quasi emblemi di un’eterna dissonanza fra creatività e vita, s’intrecciano al destino dei nostri protagonisti nell’età post-napoleonica. Il romanzo declina, sullo sfondo di una complessa epoca, la quotidianità un po’ goffa e bislacca di due maestri aperti sull’infinito della mente, ma travolti dall’angustia della vita. Un destino che Kehlmann ripercorre con irridente ma affettuosa partecipazione, con smagliante sinteticità e irresistibile brio narrativo. Una commedia che fa deflagrare il sublime con il banale, i limiti della vicenda umana con lo sconfinato fervore della mente. Un libro per oggi anche se parla del mondo di ieri. 

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Marisha PesslTeoria e pratica di ogni cosa (Bompiani)

Mescolando ironia, ambizione letteraria e talento, la ventottenne Marisha Pessl ha scritto un romanzo d’esordio che è allo stesso tempo un thriller intellettuale capace di tenere il lettore col fiato sospeso, e una storia di formazione che riflette in modo sensibile e acuto sul tema della vulnerabilità dell’adolescenza. Ciò che colpisce in Teoria e pratica di ogni cosa è l’abilità con cui la giovane autrice si muove su diversi registri narrativi. Da un lato rendendo omaggio a Nabokov con numerosi richiami all’universo di Lolita (la trama racconta di uno studioso di mezza età che attraversa l’America in automobile con una ragazzina, da una cittadina universitaria all’altra, in un’avventura a cui fa da sfondo la tragica morte di una donna). Dall’altro agitando la schiuma di una prosa brillante fino all’impertinenza, attraverso la voce narrante di una ragazzina un po’ ingenua per la sua età, ma anche molto allenata al sapere filosofico, politico e letterario, da tutte le ore passate in auto sulle strade americane accanto a un papà intellettualmente esigente. Tutto questo viaggiare, così simile a una fuga, si concluderà nell’ennesima cittadina di provincia dove far luce sul mistero di una serie di delitti coinciderà per la protagonista con il superamento della linea d’ombra che la separa dall’età adulta. Non solo. Scrivendo Teoria e pratica di ogni cosa Marisha Pessl ha voluto anche mostrare come i libri che leggiamo abbiano una profonda influenza sulla nostra vita e le nostre scelte. Che sia riuscita a illuminare questa verità con umorismo e leggerezza, è un ulteriore merito che le va riconosciuto.

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Zadie SmithDella bellezza (Mondadori)

Della bellezza di Zadie Smith è un intelligente romanzo-interrogazione sui significati del multiculturalismo e sulle possibilità di sopravvivenza dell'arte e della letteratura nel mondo attuale. Il genere prescelto dall'autrice è il romanzo universitario secondo il canone stabilito negli anni Cinquanta dall'elegante Angus Wilson, poi frequentato negli anni Ottanta dal meno elegante David Lodge. Di questo genere Zadie Smith accoglie e sviluppa originalmente il topos del conflitto tra accademici, qui un Howard Belsey progressista wasp e un Monty Kipps campione del conservatorismo caraibico, entrambi studiosi di Rembrandt nel prestigioso, quanto immaginario, Wellington College della East Coast. Prigionieri e reggenti in un mondo separato, orgoglioso e autocratico, i due protagonisti danno vita un'opposta vicenda autoriflessiva e autoironica dove i sentimenti, anche privati, e le domande generali e assillanti sull’identità della negritude si mescolano sapientemente. Il modello e nume, Edward Morgan Forster con Casa Haward è sullo sfondo, motore e garanzia di un'ispirazione sempre vigile e di una grande delicatezza nella rappresentazione dei lati più difficilmente rappresentabili della psiche umana.


Semifinalisti 2007 I edizione >