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Colm Tóibín: Henry James a Firenze

COLM TÓIBÍN
HENRY JAMES A FIRENZE

Elizabeth Barrett Browning evocava Bellosguardo, alle porte di Firenze, nella sua poesia Aurora Leigh:


«Ho trovato una casa, a Firenze,

A Bellosguardo. Una torre che

Ha un doppio punto di osservazione
Sulla valle dell’Arno (e la città
Distesa tiene in pugno) verso Fiesole,
Monte Morello e il sole che tramonta, –
Di Vallombrosa ha i monti sulla destra,
[...]

Sole non muore né nasce non visto
Da chi abita la villa: mane e sera
Estolte innanzi a noi nel puro spazio
Illimitato, dove il cielo ha posa».


Le ville incastonate nella collina di Bellosguardo godono, come dice Barrett Browning, di una vista maestosa sulla città e la valle dell’Arno. Risalendo la collina si trova una piazzetta con una grande villa, un tempo chiamata Villa Castellani che, vista dalla piazzetta, sembra una caserma. L’appartamento che gli amici di Henry James Francis Boott e sua figlia Lizzie affittarono in quella villa non è cambiato; anche i giardini sono ancora più o meno come James li ha descritti nel romanzo Ritratto di signora.

In una lettera a Lizzie Boott del 1874, dopo una visita all’appartamento di Villa Castellani, James scrisse quanto gli sarebbe piaciuto “vivere in quella solenne, pittoresca vecchia casa”. Aggiungeva: “Ho il vago presentimento che lo farò, un giorno o l’altro”.

Gilbert Osmond e sua figlia Pansy, che nel romanzo Ritratto di signora abitano in quella villa, non somigliavano per davvero, ha scritto Leon Edel, “a Frank e Lizzie Boott; ma l’immagine della villa e i due che la occupavano avrebbero fatto al caso [di James] nel romanzo che stava lentamente prendendo forma nella sua coscienza”. Edel prosegue: “Forse possiamo anche scorgere [...] il germe di un soggetto assai più tardo [...] perché nel rapporto da lui osservato tra un padre e una figlia che conducono una vita autosufficiente, James individuava anche l’argomento del suo ultimo grande romanzo”. Il romanzo sarebbe stato La coppa d’oro, il capolavoro che James scrisse in tarda età.

Sarebbe perciò troppo approssimativo dire che James abbia basato qualcuno dei suoi personaggi sugli amici Francis e Lizzie Boott, che aveva conosciuto a Boston. Semmai ha consentito al loro rapporto di insinuarsi nello spirito che permea parte della sua narrativa, di costituirne il «germe», per dirla con Edel. E ha consentito a sé stesso di reimmaginare il rapporto tra i due e di offrirlo ai personaggi che meglio si adattavano ai suoi fini. In ogni caso si è avvicinato molto alla forma che aveva assunto la vita dei due Boott. In Ritratto di signora usa non solo il loro appartamento e i giardini, descrivendoli nei minimi particolari, ma anche certi aspetti della campana di vetro sotto cui vivevano; in Washington Square e ne La coppa d’oro trova un’ambientazione diversa, ma in entrambi i romanzi mette anche in scena un intenso rapporto tra un padre vedovo e la sua unica figlia. E, in tutti e tre i romanzi, James introduce un estraneo, un uomo meno imponente o meno ricco del padre, che vuole sposare la figlia. Perciò in tutti e tre i romanzi James usa la forma reale del rapporto tra Francis Boott, sua figlia Lizzie e il pittore americano Frank Duveneck, che alla fine sposerà Lizzie, per costruire la vicenda.

Frank Duveneck, nato in Kentucky nel 1848, era l’artista a cui James ha dato più corpo nelle sue opere, l’artista che ha reimmaginato di più, di cui si è più servito. Perciò Duveneck e il suo rapporto con Francis Boott e la figlia Lizzie vanno considerati attentamente quando pensiamo a Washington Square, Ritratto di signora e La coppa d’oro.

James ha trasformato Frank Duveneck, che considerava un espatriato provinciale e squattrinato, un po’ volgarotto, in un bel cacciatore di dote squattrinato (Washington Square), in un timido collezionista d’arte espatriato (Ritratto di signora) e in un principe romano inaffidabile e squattrinato (La coppa d’oro). In ciascuno dei romanzi cerca di sposare, come Duveneck, una donna che lo elevi socialmente o che sia giovane e più ricca di lui, scatenando, sempre come Duveneck, il caos; e in ciascuno dei romanzi la giovane donna è una figlia unica cresciuta da un temibile padre protettivo, patrizio e vedovo. E, in tutti e tre i casi, la giovane donna nutre sentimenti profondi e ostinati che vengono accuratamente dissimulati.

Francis Boott era nato a Boston nel 1813. La sua famiglia possedeva delle filande; lui aveva studiato a Harvard. Nel 1844 aveva sposato Elizabeth Lynam, anche lei proveniente da una ricca famiglia bostoniana. La figlia Lizzie nacque nel 1846; un anno dopo Elizabeth, la moglie di Boott, morì. Quando Lizzie aveva un anno e cinque mesi, Francis Boott andò in Europa insieme a lei. Vissero in Italia dove Francis cominciò a comporre musica. Nel 1858 affittò l’appartamento a Bellosguardo. La figlia Lizzie scrisse alcune poesie e un romanzo e cominciò a studiare arte con Giorgio Mignaty.

Tornarono a Boston nel 1865 e lì conobbero Henry James. Nel 1869 Lizzie studiò con William Morris Hunt, col quale aveva studiato William James, fratello di Henry, quando aveva aperto la prima scuola di pittura femminile degli Stati Uniti. Quell’anno William James scrisse a un amico: “La signorina Boott, pur non essendo di una bellezza irresistibile, è una delle migliori esponenti del suo sesso che io abbia mai conosciuto [...] Ha un grande talento per il disegno e qui si è applicata molto alla pittura”.

In Appunti di un figlio e fratello, Henry James ricorda il suo primo incontro con i Boott: “Era di fondamentale importanza per una coppia come i Boott, padre e figlia intimamente legati, avere sotto mano [...] le cose dell’Italia antica, dell’inconcepibile Toscana”.

Perfino la madre di Henry James colse le attrattive di Lizzie. Nell’estate del 1869 scrisse di lei a Henry: “Che straordinario esempio di quello che può fare un’istruzione minuziosa e approfondita [...] Figuriamoci se in America avrebbe avuto la stessa formazione”. Lizzie Boott divenne una delle corrispondenti regolari di James.
Nel 1876 i Boott, padre e figlia, si stabilirono definitivamente in Europa, vivendo dapprima in Francia, dove Lizzie fu allieva di Thomas Couture. Henry James considerava Couture “un piccoletto volgare, grasso, sporco e vecchio”, ma a Lizzie piaceva come insegnante.

L’artista Frank Duveneck, che Lizzie finì con lo sposare, era cresciuto in una famiglia povera di Cincinnati, nell’Ohio. All’età di ventun’anni andò all’Accademia di Monaco a studiare arte. Nel 1878 Duveneck avviò una scuola d’arte in Baviera. I suoi studenti americani divennero noti come i Ragazzi di Duveneck.

Nel 1875, quando Duveneck espose cinque dipinti all’Art Club di Boston, Henry James scrisse sul mensile The Galaxy: “I bravi bostoniani ultimamente si piccano di avere scoperto un Velasquez americano. Nelle sale dell’Art Club di Boston sono appesi cinque straordinari ritratti del signor Frank Kuveneck da Cincinnati”. James proseguiva commentando “l’estrema naturalezza” delle opere, “il loro realismo puro, irredento”. Contenevano, scrisse, “materia per eccellenti fondamenta” e non vedeva l’ora che Duveneck facesse qualcosa di “prim’ordine”.

A Boston, quella stagione, Lizzie Boott acquistò da Duveneck un ritratto di William Adams. Tre anni dopo, quando andò a visitare lo studio di Duveneck a Venezia, scrisse a un conoscente di Boston: “È un gran bel giovanotto. Ha una testa niente male, l’occhio fino e l’intuito assai sviluppato”.

Sul finire degli anni Settanta, Lizzie Boott s’innamorò di Frank Duveneck. È facile immaginare lo shock del padre. Non solo Duveneck era un cafone senza un soldo, era pure cattolico e, come se non bastasse, aveva fama di alzare il gomito in birreria con gli amici. I Boott non avevano mica lasciato Boston per frequentare certe compagnie.

Nell’estate del 1879 a Monaco Duveneck diventò insegnante d’arte di Lizzie. L’accordo prevedeva che lei prendesse uno studio in centro e che lui a raggiungesse nei fine settimana dalla cittadina di Polling, dove insegnava agli allievi maschi. Il padre accompagnò Lizzie a Monaco rientrando però subito in Italia da solo. Alla fine di settembre pare che Lizzie riuscisse a convincere Duveneck a trasferirsi a Firenze e lui, da parte sua, invitò tutti i suoi allievi a seguirlo.

Siccome né Duveneck né gli allievi parlavano italiano, provvide Lizzie a trovare alloggi e studi per tutti a Firenze. Erano tipi ambiziosi e seri, ma anche supponenti e volgarotti. L’effetto che produssero su Firenze è raccontato da William Dean Howells nel romanzo L’estate di San Martino, dove sono definiti i Ragazzi di Inglehart, come spiega uno dei personaggi a Colville, il protagonista del romanzo, un americano in visita a Firenze: “«Hanno trascorso qui tutto l’inverno scorso e sono appena tornati. Firenze è in subbuglio». Gli illustrò a grandi linee l’interessante esodo di una ventina di giovani pittori dalla scuola d’arte di Monaco, guidati dal singolare e affascinante genio col cui nome erano diventati famosi. «Per un po’ hanno avuto una loro scuola a Monaco, dopodiché sono calati in massa in Italia. Si sono portati dietro gli attrezzi del mestiere, hanno viaggiato in terza classe, messo tutto in subbuglio e si sono divertiti come pazzi. Hanno destato enorme scalpore a Firenze»”.

Più tardi Colville vede questa versione dei Ragazzi di Duveneck in un ristorante fiorentino. “Parlavano tutti insieme, ciascuno degli affari propri, a parte quando si univano in un urlo di scherno per accogliere un nuovo arrivato. Colville [...] sentiva come la pensavano su Botticelli e Michelangelo [...] sul fatto che probabilmente Inglehart fosse ormai arrivato a Venezia [...] tutte le voci unite in un’allegra gazzarra”.

Ne L’estate di San Martino, Inglehart è presentato come un conquistatore di giovani dame fiorentine che lo ingozzavano di tè al punto da ucciderlo quasi, costringendolo a trasferirsi a Venezia.
Ma se Duveneck e i suoi ragazzi erano andati a Venezia forse c’era un altro motivo. Si affaccia per la prima volta in una lettera che Henry James scrisse al fratello William nel novembre 1879: “La cosa più logica e naturale adesso sembra [...] che Lizzie sposi Duveneck”. Nel gennaio 1880 in un’unica frase in fondo al poscritto di una lettera alla madre, sempre scritta da Londra, James dice: “Vorrei tanto che Lizzie sposasse Duveneck!”
Questo nel periodo in cui James scriveva Washington Square. Il libro aveva altre fonti a cui attingere, ma è affascinante che sia stato scritto nel periodo in cui Lizzie Boott fraternizzava a Firenze con Frank Duveneck dopo averlo convinto a lasciare Monaco, mentre il padre restava a Bellosguardo a guardare la città dall’alto e James diceva chiaro e tondo in due lettere che esisteva l’eventualità di un matrimonio tra l’ereditiera e l’artista squattrinato.

Mentre Duveneck e il suo seguito accarezzavano l’idea di lasciare Firenze per Venezia, Henry James lasciava Londra. Il 28 marzo 1880, eccolo a Firenze. Come scrive Leon Edel: “Non perse tempo in visite a quegli «spiriti puri e gentili» dei Boott”. Scrisse al padre il 30 marzo: “I Boott sono gli stessi di sempre: gentili, affettuosi e grati [...] Frank è meno incontenibile (che è già un passo avanti) e Lizzie se possibile somiglia ancora di più a un topo [...] Si è data anima e corpo ad assistere Duveneck. Si direbbe che passi la vita a imparare, o meglio, a studiare senza imparare, e a ripartire da zero, dipingendo secondo lo stile altrui. Le sue cose nuove non le ho ancora viste ma, credo, andrò allo studio oggi stesso per conoscere Duveneck”.

Il giorno seguente James scrive a Charles Eliot Norton a Boston, dicendo chiaramente che ha visto Duveneck: “M’interessava molto andare a trovare un artista mio compatriota, Frank Duveneck [...] Le sue opere hanno una forza e un acume fuori dall’ordinario [...] Non capisco perché non si sia fatto un nome, a meno che non sia perché ostenta una modestia e una mancanza di pretese che rasentano la sciatteria”.

James lasciò Firenze per andare a sud, e tornò soltanto alla fine di aprile. Il 3 maggio scrisse a sua zia Kate che, rispetto a Duveneck, Lizzie Boott sembrava porsi “nella doppia veste di allieva e di madre adottiva”.
Nella lettera del 30 marzo a suo padre, James aveva accennato all’intenzione di tornare a Firenze per lavorare a quello che chiamava il suo “romanzone”, Ritratto di signora. Lo aveva cominciato a Firenze sul finire di marzo. A inizio maggio lavorava al libro di buona lena, alloggiato all’Hotel dell’Arno. Da una lettera che James scrisse alla madre da Genova nel marzo successivo si capisce che la storia d’amore Boott- Duveneck era ancora sulla bocca di tutti: “Forse [...] saprai che (mi dicono) Lizzie è molto «chiacchierata» a Firenze per via di Duveneck. Non ho notizie «di prima mano». Se lo sposasse sarebbe, considerato il soggetto, strano (considerato, cioè, che è uno zotico privo d’istruzione, di facondia, ecc.)”.

Per porre fine a quello che forse era un fidanzamento ufficioso tra Lizzie e Duveneck, Francis Boott riportò la figlia a Boston dove lei si concentrò sulla pittura. È probabile che Lizzie e Duveneck si siano visti varie volte tra il 1881 e il 1885, ma il loro amore era considerato finito.

Il capitolo ventidue di Ritratto di signora si apre con una descrizione lunga, vivida e particolareggiata della casa di Bellosguardo dove abitavano Francis Boott e sua figlia. Per chiunque visiti la villa adesso, a più di centrotrent’anni dalla stesura del romanzo, la descrizione risulta di una precisione inequivocabile. “La villa era una costruzione lunga e alquanto anonima”, con “una facciata su una piazzetta erbosa, vuota e rurale che occupava in parte la cima della collina”. La facciata era la maschera della casa, scrive James, “non il viso. Aveva le palpebre pesanti ma era priva d’occhi; la casa in realtà guardava altrove – guardava indietro, alla splendida spaziosità e alla gamma della luce pomeridiana [...] Aveva un giardino stretto, più nello stile di una terrazza...”.

James aveva già usato quella casa in Roderick Hudson, pubblicato nel 1885, chiamandola Villa Pandofili e “si ergeva dritta su uno spiazzo coperto d’erba in cima a una collina che s’inerpicava direttamente da una delle porte di Firenze. Offriva al mondo esterno una lunga facciata piuttosto bassa, di un giallo scuro, opaco, ed era traforata da finestre di misura varia”.

Oggi come all’epoca in cui ci abitavano i Boott, la villa è “divisa in tanti appartamenti separati”. Le stanze al pianterreno erano occupate dai Boott come, nel romanzo, erano occupate da Gilbert Osmond e da sua figlia Pansy. Osmond, al pari di Francis Boott, era un dilettante. Lavorava con gli acquerelli nello stesso modo in cui Boott lavorava sulle composizioni musicali. La devozione con cui si prendevano cura della loro unica figlia, invece, era in tutti e due i casi enorme.

C’erano anche delle differenze, è ovvio, tra Francis Boott e Gilbert Osmond. Una era il denaro. Francis Boott era ricco; Gilbert Osmond era più o meno squattrinato. Un’altra era il carattere. Francis Boott era noto per l’innata dolcezza; Gilbert Osmond per la rudezza e il fascino artefatto.

James non fece mai mistero di avere usato l’abitazione fiorentina dei Boott, ma né gli stessi Boott né Duveneck lo interessavano come figure concrete su cui plasmare i personaggi. A James interessavano più gli scenari che le anime. Nei romanzi raffigura l’intensità dei rapporti tra le persone, contrapponendo la libertà agli schemi, le restrizioni all’apertura e il buio caotico all’armonia.

All’inizio del 1886, Lizzie Boott accetta finalmente di sposare Frank Duveneck. Scrive a un’amica: “È un rapporto che dura da anni. A un certo punto ci abbiamo rinunciato del tutto ma rivedendoci scopriamo che i vecchi sentimenti non si sono sopiti e abbiamo deciso di affrontare la vita insieme perché farlo separatamente non ci piaceva poi molto [...] Non avrei mai potuto separarmi da mio padre dopo i tanti lunghi anni di convivenza. Per fortuna non succederà. Vivremo tutti insieme, felici e contenti, mi auguro”.

Quando si sposarono nel marzo 1886, a un mese dal quarantesimo compleanno di Lizzie, il padre fece firmare a Duveneck un contratto dove si puntualizzava che la dote di Lizzie tale sarebbe rimasta “a suo esclusivo e separato beneficio per sempre”. Francis Boott creò anche un fondo fiduciario a nome di Lizzie che sarebbe rimasto sotto il controllo paterno. Henry James era a Londra quando apprese la notizia del fidanzamento. Scrisse a Lizzie per farle gli auguri, dicendo che: “se tuo padre non è contento, deve venire a vivere con me: ho una stanza per lui”.


Qualche settimana dopo James scrisse del matrimonio a un amico: “Duveneck non la picchierà, non la rudoyer [la tratterà male], e forse non la trascurerà nemmeno, ma sarà completamente sotto l’influenza e il controllo di lei; ma è analfabeta, ignorante e plebeo (pur essendo una gran brava persona, cortese, alla mano ecc.) e lei gli sacrifica indipendenza e libertà. Lui ha un grande talento anche se manca di finezza, ma temo che la sua indolenza sia ancora più grande [...] Lui ci guadagna e basta – lei dà prova di grande coraggio”.

La successiva lettera di James a Francis Boott, scritta il 25 maggio 1886, è, per i lettori dei suoi libri, una delle più stuzzicanti. La lettera recita: “Mi domando, mio buon Francis, se vorresti farmi un favore. La mia straordinaria e adorabile amica Constance Fenimore Woolson è a Firenze e vorrei offrirle i tuoi omaggi e somministrarle un po’ di conforto sociale”. James proponeva all’amico di andare a trovare Fenimore Woolson e poi proseguiva: “con questo non intendo che devi chiederle la «mano», né per me ne per te”.

James a Londra ebbe modo di contemplare una nuova configurazione fiorentina: l’amico Francis Boott, separato dall’unica figlia, a cui era affezionato, a causa del matrimonio con Duveneck, e l’arrivo di un’estranea – anche lei amica intima di James – con cui il padre faceva conoscenza, offrendole “conforto sociale”.

Duveneck e Lizzie abitavano con Francis Boott a Bellosguardo. Avevano tutti e due lo studio a Villa Castellani. La cupa tavolozza di Duveneck, influenzata dalla luce e dalla pittura italiane, si andava schiarendo. Nel 1996, sul catalogo di una mostra dei quadri di Frank Duveneck e Lizzie Boott, Carol Osborne scrive: “La luce dorata impregna l’atmosfera dei dipinti di genere di Duveneck appartenenti alle due stagioni idilliache trascorse a Bellosguardo insieme alla moglie [...] A [Lizzie] Boott non era mai piaciuto il cupo realismo dei ritratti che lui faceva a Monaco e adesso, indubbiamente incoraggiato dal debole della moglie per le pitture da Salon, anche Duveneck sforna solari contadine nel caratteristico costume regionale. Ogni tanto marito e moglie si servivano dello stesso modello per dipingere”.
Tra giugno e dicembre del 1886, Henry James rimase a Londra sapendo che i suoi quattro amici – o meglio, i tre amici più Frank Duveneck – si vedevano con regolarità e vivevano a Firenze a breve distanza l’uno dall’altro.
Nella sua biografia di Constance Fenimore Woolson, Anne Boyd Rioux racconta cosa successe a Firenze dopo che James scrisse la lettera del maggio 1886: “Sembra che non appena ricevuta la lettera di James, il paterno Francis Boot si fosse presentato a Casa Molini [dove abitava Fenimore Woolson] e che poco dopo lei si fosse recata a Villa Castellani dove ha conosciuto anche Lizzie e il marito Frank Duveneck, entrambi artisti. I tre rimasero così affascinati dalla Woolson che cercarono di convincerla a prendere un appartamento nella villa”.
Qualche mese dopo, Fenimore Woolson affittò la vicina Villa Brichieri- Columbi. Nel dicembre 1886, quando Henry James andò a Firenze, gli propose di trasferirsi un mese in quella casa mentre lei sarebbe rimasta a Villa Castellani. James chiese ai Boott e a Fenimore Wilson di non dire a nessuno del suo arrivo a Firenze perché, insisteva, non voleva entrare nel vortice sociale della comunità di stranieri a Firenze. Così sarebbe riuscito a concentrarsi sul lavoro. Sarebbe riuscito anche a osservare i suoi amici da distanza molto ravvicinata.
Da qualche frase sparsa nelle lettere si capisce che l’idea di Francis Boott e Constance Fenimore Woolson insieme aveva cominciato a intrigare James. Mentre Constance era a Ginevra, scrisse a Boott che la immaginava “affacciata a un balcone dell’Hotel National, sospeso sul lago, mentre pensa a... te!”
“È facile capire”, scrive Anne Boyd Rioux a proposito della corrispondenza tra Francis Boott e Constance negli anni successivi, “che durante i tre anni in cui la Woolson visse a Bellosguardo si legò molto a lui [...] ora che la figlia si era sposata, per Boott una compagnia era necessaria, e alla Woolson piaceva sentirsi necessaria”.
Quando Henry James arrivò a Bellosguardo l’8 dicembre 1886, i Boott avevano già tolto le tende, calando in città per aspettare la nascita del figlio di Lizzie. Il 18 dicembre, non appena Lizzie mise al mondo il figlio – si chiamava Frank anche lui –, Francis Boott revocò gli accordi prematrimoniali che aveva fatto firmare a Frank Duveneck all’epoca delle nozze. A quanto pareva era scoppiata la pace.

Francis Boott e il resto della famiglia furono gli unici a sapere dove James dimorasse davvero nel corso di quelle sei settimane, visto che lui scriveva lettere dove sosteneva di trovarsi altrove. Perciò per un breve periodo divenne un componente segreto della strana quasi famiglia che lui stesso aveva contribuito a creare.

Nel marzo 1888 la giuria del Salon di Parigi accolse sia l’ambizioso ritratto di Lizzie Boott fatto da Frank Duveneck, sia l’acquerello di Villa Castellani fatto da Lizzie. La mostra era prevista per maggio, quando il ritratto di Duveneck vinse la menzione d’onore. Lo stesso giorno in cui si riunì la giuria, Lizzie si ammalò a Parigi. Morì di polmonite il 23 marzo 1888.

Il padre e il marito riportarono la salma a Firenze, dove fu sepolta al Cimitero degli Allori fuori dalla Porta Romana. A Bellosguardo, dove li aspettava la Woolson, portarono anche il piccolino di quindici mesi. Boott e Duveneck condussero il bambino in America dove l’avrebbero cresciuto i parenti di Boott, che da parte sua andò a vivere a Boston, mentre Duveneck, definito da John Singer Sergent “il più grande talento pittorico della sua generazione”, andò a Covington, nel Kentucky.

Due i monumenti eretti a Lizzie Boott: il primo, sulla sua tomba alle porte di Firenze, la ritrae, a grandezza naturale, come una figura che sembra uscita da una storia eroica medievale. L’ha fatto Duveneck a Covington con l’aiuto del giovane scultore Clement Barnhorn. (In seguito, nel 1905, avrebbero collaborato a una statua di Emerson per Harvard.) Duveneck aveva preso a modello la tomba di Ilaria del Carretto fatta a inizio Quattrocento da Jacobo della Quercia, il cui originale si trova nel duomo di Lucca. A Firenze se ne possono ammirare i calchi.

Nel catalogo della mostra Americani a Firenze. Sargent e gli impressionisti del Nuovo Mondo, Grazia Gobi Sica descrive così il monumento: “La pittrice è scolpita in bronzo su un catafalco di marmo; la figura sembra incorporea, giacché il drappeggio che la copre rivela assai poco del corpo umano all’interno. Solo le mani che, incrociate sul petto, stringono una fronda di palma, e il volto, chiuso nel mistero della morte, conferiscono una concretezza fisica alla figura. In questa statua – di cui il padre Francis Boott fece fare varie copie, una in marmo, donata al Museum of Fine Arts di Boston, una in bronzo dorato, al Metropolitan Museum di New York, come a garantire un ricordo più duraturo della figlia – è contenuta la storia di sua figlia”.

Del monumento scrissero sia William James sia Henry James. William si recò a Firenze apposta per vederlo. Scrisse a Duveneck: “Tutto quello che posso dire è che è bellissimo, bellissimo, bellissimo! Il volto con quel mezzo sorriso solenne, la posizione del capo, le mani sulla sagoma un po’ schiacciata che sembrano affondare nel giaciglio, il panneggio semplice, delicato, la serenità e la pace dell’insieme! È una grande opera, un grande monumento...”. Nel luglio 1893, quando Henry James ricevette da Duveneck una fotografia del monumento, scrisse a Boott: “Capisci, dati la collocazione e l’ambito, quale significato e quale eloquenza evochi l’insieme – e ti commuovi fino alle lacrime per questo esempio puntuale, capace di toccarti nel vivo, della grandissima verità che soltanto l’arte trionfa sul destino. La povera Lizzie ormai muta da tempo lì parla e vive di nuovo e sarà presente per generazioni e generazioni e avrà continuità e bellezza superiori alle nostre”.

Un anno dopo, James scrive a Boott da Firenze: “A Firenze, dove ho trascorso qualche giorno prima di andare a Roma, ho fatto un pellegrinaggio intensamente religioso nel luogo dove Lizzie giace nel bronzo maestoso e imperituro. È sembrato strano, stranissimo, vederla ancora solo così – ma così sarà vista nei secoli dei secoli. Sono salito a Bellosguardo [...] ma ormai è tutto un cimitero di fantasmi così perfetto da riservarmi poca gioia – o meglio, me ne riserverebbe poca se non avessi una radicata tendenza a scoprirmi segretamente, per non dire talora così tristemente, affezionato alla compagnia delle reliquie dei morti”.
La coppa d’oro, l’ultimo grande romanzo di Henry James pubblicato nel 1904, costituisce l’altro monumento a Lizzie Boott eretto dopo la sua morte. Come tutti i libri di James, trae ispirazione da varie fonti, inclusa, ovviamente, l’immaginazione.
Ma scaturisce anche dallo strano rapporto sviluppatosi tra i Boott, Duveneck e Fenimore Woolson. Nei due anni intercorsi tra il matrimonio di Lizzie Boott e la sua morte, i quattro personaggi, stretti in reciproco assedio, finiscono quasi per escludere il resto del mondo, come avrebbero poi fatto i personaggi del romanzo di James.
Come ne La coppa d’oro, la figlia era ricca ma il marito si era fatto un nome. Lui nel romanzo era un principe romano; nella vita era un artista di fama. Come nel romanzo, il padre era ricchissimo, americano e appassionato d’arte. Venendo a sapere che la figlia si sposava, sentì mancargli il terreno sotto i piedi, perché le era molto legato. Così cercava conforto in una donna più giovane appena comparsa sulla scena. Come nel romanzo, la figlia metteva al mondo un figlio. Come nel romanzo, i quattro personaggi cenavano spesso insieme; e dato che le circostanze erano cambiate, escogitavano una nuova serie di schemi e configurazioni.
Queste quattro figure che James aveva studiato alimentarono La coppa d’oro. Francis Boott diede lentamente forma a Adam Verver, come sua figlia Lizzie a Maggie Verver; Frank Duveneck diede lentamente forma al principe, come Constance Fenimore Woolson a Charlotte Stant. Anziché usare l’espressione “dare forma”, sarebbe forse più corretto dire che lo strano rapporto insolitamente intenso fra i quattro amici di James sotto la campana di vetro che avevano inventato a proprio beneficio a Bellosguardo nel corso di quegli anni, nell’immaginazione di James impiegò oltre un decennio per passare dall’ombra al concreto. Da incompleti divennero completi mentre lui pensava a loro, li immaginava e imparava a vederli.
James, da parte sua, come risulta chiaramente dalle lettere, assunse il ruolo di Fanny Assingham, l’estranea che ne La coppa d’oro osserva tutti e quattro.
Anche in questo caso, come in Washington Square e, ancor più marcatamente, in Ritratto di signora, James non “basa” i personaggi de La coppa d’oro sui Boott e su Duveneck. Semmai, consente alla prepotente forma che costituiscono come gruppo di emergere; usa la loro configurazione; usa qualcosa di vicino e allo stesso tempo di lontano che gli consente di rimuginare, indovinare, sognare, immaginare, osservare. Siccome quel gruppo lo stuzzicava, e catturava la sua immaginazione, questo gli dava modo di lavorare. Di creare alcune delle pagine migliori della sua narrativa osservando quelle persone a Firenze negli ultimi decenni del Diciannovesimo secolo.


Traduzione di Giovanna Granato


Colm Tóibín è autore di due raccolte di racconti e numerose opere saggistiche, e di nove romanzi, fra cui Il faro di Blackwater (Fazi, 2002), Il testamento di Maria (Bompiani, 2014), finalista al Tony Award for Best Play, The Master (Fazi, 2004), vincitore dell'IMPAC Award, e Brooklyn (Einaudi, 2019), vincitore del Costa Novel Award. Da Brooklyn è stato tratto nel 2015 il pluripremiato film omonimo diretto da John Crowley. Il suo ultimo romanzo è La casa dei nomi (Einaudi, 2018). I suoi libri sono tradotti in oltre trenta lingue.