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Dany LaFerrière: L'Arte della cronaca

L'ARTE DELLA CRONACA

Dany Laferrière

15 Giugno 2017

 

 

 

Prologo

 

La zuppa di pesce

 

Per gli articoli, io ricorro sempre alle immagini culinarie. Per me, l’arte più vicina alla scrittura resta quella della cucina. La cottura lenta, le spezie fresche, e una regola semplice: non perdere mai di vista la pentola sul fuoco. Il pasto, così come il romanzo, è fatto delle nostre angosce e delle nostre esaltazioni. L’ospite arriva sempre quando è tutto pronto. Entra ed esclama: «Mmh, che profumino!», e a quel punto non gli resta che sedersi e mangiare. Allo stesso modo, in una libreria non deve far altro che starsene in piedi davanti al tavolo delle novità a odorare il profumo delle ultime pubblicazioni. L’appetito è il medesimo. E noi avremo passato del tempo a cucinare, o a scrivere, per qualcuno che non per forza conosciamo. Eppure è proprio questo “qualcuno” a legittimare le energie che abbiamo impiegato. Un’ingiustizia, questa, che si attenua non appena lo vediamo divorare il piatto, o il libro. La fame di alfabeto non è poi così diversa da quella di una zuppa di pesce.

 

La prima lezione di scrittura l’ho avuta da mia nonna. Ha tasche e dispensa vuote, ma senza neanche pensarci mette una pentola d’acqua sul fuoco e va a sedersi nella veranda ad aspettare tranquillamente che abbocchi un pesce. Ed ecco infatti che da rue Lamarre arriva Absalom con un secchio di pesci appena pescati in spalla. Sta tornando dal mare, un mare turchese e brillante, in fondo alla strada di casa, oltre le palme da cocco. Regala due pesci alla nonna che mi dice di andare a buttarne uno nella pentola e dare l’altro a Thérèse, la nostra vicina, in cambio di olio, sale e farina. Poi torno a sedermi accanto alla nonna fino a quando passa non un’ortolana che si ricorda che Da le offre il caffè tutti i pomeriggi. Allora ci lascia ignami, carote, cipolle e melanzane, che io corro subito a buttare in pentola. Ora non ci resta che aspettare il miracolo della cottura lenta. Ingredienti separati che piano piano si uniscono fino a perdere la loro singolarità e regalarci un’ottima zuppa di pesce. Ecco a voi il piatto del giorno.

 

 

                        I.         Un’infanzia così lunga

 

 

Ora che mia madre è morta, non sono più un bambino. Le due donne testimoni di quella parentesi di sole, e di pioggia, della mia vita non sono più di questo mondo. Mia nonna è a Petit-Gôave e mia madre a Port-au-Prince. Ci tengo a rassicurarvi, però: non sono qui per perdermi in addii, perché se queste due donne hanno lasciato il tedio quotidiano, con la sua miriade di minuscoli avvenimenti, è per poter entrare a testa alta nell’universo della finzione. La figlia che raggiunge sua madre. Due piccole stelle luminose nel cielo della mia infanzia. Me le immagino ricoperte di centinaia di aghi ognuno con una goccia di sangue sulla punta. Sulla pagina, lo scrittore trasforma quel sangue in inchiostro. E ogni giorno sazia la sua fame di alfabeto. Ad un certo punto ho cominciato a vedere la mia infanzia sotto una luce nuova. Forse per dare maggiore rilievo a ciò che scrivevo. Ebbene, quest’infanzia io non l’ho trascorsa attaccato alle gonne della mamma, ma al centro di un cerchio magico di donne. Mia nonna, mia madre e le mie zie mi hanno tenuto in una nuvola di polvere rosa di tenerezza per proteggermi da quel mostro che se ne andava in giro di giorno e di notte: nei momenti più sanguinosi della dittatura, io non conoscevo nient’altro che la spensieratezza di quell’istante di grazia che è l’infanzia. So bene che non tutti hanno avuto una fanciullezza come la mia, ed è per questo che ho fatto del numero 88 di rue Lamarre un indirizzo universale di felicità. Il ricordo di quella nonna che sorseggiava il caffè con il nipotino ai suoi piedi che osservava le formiche, potrebbe essere uno dei più indelebili di tutta una vita trascorsa a sguazzare nell’inchiostro. Il lavoro ovviamente era stato ben spartito: la nonna si occupava della mia infanzia e la mamma della mia adolescenza. Al resto ci hanno pensato la dittatura, l’esilio, i viaggi e la scrittura, dipende dal mio umore o da quello di quel piccolo dio burlone che si prende gioco delle nostre illusioni. Quando il cielo è basso e le nuvole si fanno più dense, io vago per le strade a testa bassa e con lo sguardo cupo. Nelle serate che profumano di gelsomino, vado in giro per la città nella speranza di perdermi. Non c’è niente di più dolce che gironzolare di notte in una nuova città fantasticando sulla leggerezza di una nuova vita. L’avventura è dietro l’angolo e può prendere le sembianze di una chitarra di cui udiamo solo la musica senza vedere il musicista, o del sorriso radioso della donna che abbiamo appena sfiorato. Non dimenticherò mai la vacca chagalliana incontrata nella notte di Port-au-Prince. Una notte punteggiata dagli spari, con le case piene di madri angosciate. La mia se ne stava dietro la porta ad aspettare il rumore dei miei passi. A un certo punto l’ha spalancata di colpo, neanche avessi avuto un esercito di diavoli o di tontons-macoutes alle calcagna. Ma non una parola sulla sua inquietudine; ho solo sentito il profumo forte mentre la seguivo in corridoio. Dovete immaginare un giovane intellettuale di ventitré anni, che vive con madre, sorella e zie in una casa che a mezzanotte diventa un forno perché nel suo ventre trattiene tutta la calura di mezzogiorno.

 

Le Nouvelliste

 

Mia madre aveva fatto l’abbonamento a “Le Nouvelliste”, il grande quotidiano per il quale, a volte, scriveva anche mio padre prima di fondare il suo, di giornale. Papà aveva capito che un quotidiano nazionale che per sopravvivere doveva prendere precauzioni non poteva di certo raccontare in modo schietto la realtà di un governo che stava per convertirsi in una dittatura. Ma del resto non poteva neanche biasimare quella strategia di sopravvivenza. Io leggevo soprattutto gli articoli di cinema, teatro e letteratura. È strano, ma c’era molta più audacia nelle pagine culturale che in quelle di politica. Evitavo tutto ciò che era associato al potere, comprese le forme di denuncia. Le stravaganze del movimento surrealista mi sembravano molto più sovversive delle accuse dirette alla dittatura. Una dittatura che agiva alla luce del sole non aveva certo bisogno di essere spiegata. La stampa non ci insegnava niente che non potessimo già imparare dalle umiliazioni quotidiane. Il poeta haitiano René Depestre aveva pubblicato a Parigi un romanzo, L’albero della cuccagna, che io ho trovato inutile. Gli ho anche scritto una lettera che poi, per via dei controlli sulla posta, non sono riuscito a spedire: “Caro Depestre, non è certo una dimostrazione matematica delle pratiche della dittatura (che conosciamo meglio di chiunque altro) quello che ci aspettiamo da lei, ma qualche frammento della nostra sensibilità”. Sapevo quello che volevo. Rifacevo ogni giorno, a modo mio, il giornale fino a quando un pomeriggio vengono a bussare alla mia porta due ragazzi: “Non le rubiamo molto tempo, – mi dicono in coro – abbiamo saputo che lei corregge il giornale, verrebbe a farlo da noi?”. Il giorno dopo ero alla redazione di Le Nouvelliste per incontrare il direttore, Lucien Montas. Lo chiamavano La Sfinge, perché non si riusciva mai a capire cosa gli passasse per la testa. Nella valigetta avevo alcuni articoli di pittura che lui ha guardato fumando la pipa. Poi li ha infilati nel suo cassetto. Il sabato successivo il mio articolo sul pittore primitivo Hector Hyppolite era finito in prima pagina. Un mese dopo, Montas, con una certa nonchalance, mi sussurra che finché i miei pezzi sarebbero stati brevi e le mie frasi corte in prima pagina ci sarei rimasto. Quella è stata la mia ultima lezione di scrittura. Da lì mi sono gettato a capofitto in quei fiumi di inchiostro che sono la lettura e la scrittura. Dopo Le Nouvelliste ho iniziato a collaborare con un gruppo di giovani della mia età che lavoravano al “Petit Samedi Soir”, un settimanale molto impegnato politicamente – e anche lì io mi occupavo solo di cinema e pittura. Il potere si era nuovamente inasprito e i giornalisti subivano intimidazioni continue, fino a che su una spiaggia, a pochi chilometri da Port-au-Prince, abbiamo trovato il giovane giornalista Gasner Raymond con la testa fracassata. Era il mio migliore amico. Le dita erano puntate contro il governo. A quel punto ho deciso di lasciare immediatamente il paese perché, secondo un colonnello amico di mia madre, ero  in pericolo anch’io. Dopo l’esilio di mio padre, la nostra situazione economica era andata notevolmente peggiorando, eravamo diventati degli appestati. Mia madre non riusciva a trovare lavoro, nemmeno presso i privati. Eravamo scesi di una strada, da avenue Magloire Ambroise alla viuzza accanto al cimitero. Mia madre tremava all’idea di dover scendere ancora più in basso, perché c’era solo una strada a separarci dall’annegamento nella folla liquida di un quartiere popolare. A salvarci dalla decadenza sociale sono stati i fiori. Non potendo il denaro da solo fungere da baluardo contro la barbarie, ci pensava un’estetica della vita a farci rimanere a galla. Anche quando non avevamo tutti una camera propria, avevamo comunque un salottino con dei mobili – che coprivamo con teli bianchi per proteggerli dal sole – e una sala da pranzo dove la famiglia si riuniva una volta al giorno. Ma soprattutto avevamo una piccola aiuola fiorita che correva tutt’intorno alla casa. Era come se quella fila di fiori potesse proteggerci dalla barbarie del caos.

 

 

 

Il mondo vegetale

 

Quei fiori delicati che avevo il compito di innaffiare dopo la scuola mi ricordavano gli anni a Petit-Gôave, quando mio nonno pretendeva che ogni membro della famiglia si scegliesse un pezzetto di terra da coltivare. Si mangiava quello che si piantava. Quella è stata l’ultima volta che la mia mano ha fatto un lavoro concreto. Quella stessa mano che oggi ha scritto più di trenta libri (una montagna di carta), ma che in cinquant’anni non ha mai più piantato un solo albero. A volte mi chiedo se questo non abbia contribuito, in qualche modo, a definire la mia scrittura. Dalle mie dita, ormai, fioriscono solo nomi di fiori. Nel corso degli anni, mi sono decisamente allontanato dal mondo agrario, così come da quello animale. Eppure questo universo, quello animale e quello vegetale, è stato fondamentale nella mia infanzia. Abitavamo vicino a un recinto del bestiame nel quale i contadini lasciavano i loro cavalli dopo aver scaricato gli ortaggi al mercato. Quello era il nostro parco giochi. Avevo continuamente nelle narici l’odore del letame. Sotto gli occhi, le file di formiche intente alle loro faccende, e intorno alla faccia, farfalle e libellule. La musica delle mosche sulle ferite dei cavalli. Un mondo brulicante, ma così pieno di calore per chi sa apprezzarlo. Vivevamo quasi isolati in una cittadina circondata dalle montagne blu. In lontananza, il mare. Era come vivere in una delle giungle colorate del pittore Salnave Philippe-Auguste.

 

Il gusto delle ragazze

 

Ma torniamo all’adolescente di Port-au-Prince che viveva con madre, sorella e zie in una casa situata sull’orlo del precipizio sociale. La vita al suo interno scorreva tranquilla, tra gesti ovattati e rituali immutabili. Le finestre spesso chiuse. Io avevo il divieto assoluto di giocare con i vicini. I fiori delicati, con i loro lunghi gambi, ci proteggevano dall’inciviltà. Dall’altra parte della strada viveva una colonia di ragazze in fiore e luminose. La casa rosa davanti alla nostra non sembrava avere una porta. Indossavano sempre minigonne colorate. A qualsiasi ora del giorno e della notte c’erano delle macchine che suonavo il clacson, e le ragazze uscivano di casa e si infilavano in quelle auto fiammanti che partivano a tutta velocità. Ai miei occhi quella era la vita perfetta, come si vedeva nei film di Hollywood. Mia madre invece, non so perché, era molto critica. Per lei quelle ragazze erano il risultato della politica del dittatore che era riuscito a iniettare il piacere e l’indifferenza nelle vene della gioventù haitiana. Ma io, ribellandomi per la prima volta a mia madre, passavo i pomeriggi alla finestra della mia camera al piano di sopra a godermi lo spettacolo. Cominciavo a riconoscere le attrici, sempre ben truccate, tutte tra i 18 e i 20 anni, e anche qualche protagonista maschile, tra cui uno tornava spesso. Era un uomo sui 50, al volante di una Buick 57. Ce n’era poi un altro più giovane, sui 35, che sembrava sempre arrabbiato. Nonostante le rivoltelle, le ragazze li menavano per il naso. Anch’io subivo il fascino della loro bellezza, della loro grazia, della loro forza d’animo e, soprattutto, di quella loro rabbia di vivere. In casa mia era sempre tutto così triste. L’esilio di mio padre adombrava le nostre vite. Sognavo di ritrovarmi un giorno dall’altra parte della strada, nella casa di fronte. Mia madre aveva fiutato quel mio cambiamento. Sempre più spesso mi trovava steso a pancia in su (facevo in modo di non farmi mai pizzicare alla finestra) a fissare – con un po’ troppa attenzione – le crepe sul soffitto. Allora chiudeva adagio la porta, convinta che a rendermi così pensieroso fosse l’assenza di mio padre. Fino al giorno in cui, allertata da quell’insistente strombazzamento, si era affacciata alla finestra proprio quando le ragazze uscivano in bikini per andare al mare. Quindi l’aveva richiusa piano piano, come temendo un’esplosione, e più tardi, mentre mangiavamo, mi aveva raccomandato di non aprire mai più quella di camera mia.

 

 

La lezione di scrittura

 

Mi ritrovavo dunque in una città nuova e in pieno fermento. Olimpiadi 1976: la piccola ginnasta Nadia Comăneci aveva ottenuto il massimo. Il punteggio di 10 era talmente insolito nella storia delle Olimpiadi che il tabellone elettronico non riusciva neanche a segnarlo per intero – lo 0 era una novità. L’intera città era in festa. Un’allegria fino ad allora a me sconosciuta correva per le strade come un cobra accecato dal sole. La sera mi sono ritrovato in un piccolo locale jazz in centro dove suonavano Nina Simone e Dizzy Gillespie. Il proprietario era originario della Guadalupa, un cuoco-poeta che mi ha fatto reimmergere nei sapori della cucina caraibica dandomi l’illusione di non aver mai lasciato il paese. Me ne stavo in un angolino di quella saletta caldissima e fumosa a osservare Nina Simone che cantava. Lei stringeva un bicchiere di whisky nella mano destra e una sigaretta sporca di rossetto tra le lunga dita eleganti. Cantava guardando fuori dalla finestra, come intenta a osservare un mondo al quale noi non potevamo avere accesso. Non so perché, ma in quel preciso istante è nata la mia vocazione di scrittore. Volevo scrivere nello stesso modo in cui Nina Simone cantava. Certo, con i miei modi più rudi, ma, mi auguravo, con la sua stessa grazia. È un ideale che ancora perseguo. C’è una cosa che avevo in comune con lei, una cosa che mi porto dietro da Haiti, ed è una sorta di speranza folle incatenata al corpo. Per impedire a un haitiano di sognare bisogna ammazzarlo. Ho sgobbato in una fabbrica per otto anni, ho patito la fame, le notti fredde di solitudine, ma non ho mai smesso di sognare di diventare, un giorno, uno scrittore. Non lontano da dove abitavo, ho trovato una vecchia macchina da scrivere a buon mercato, una Remington 22 che ancora oggi tengo sulla scrivania, anche se non la uso più. Ho appoggiato la macchina da scrivere sul tavolino in mezzo alla stanza, tra i fiori e la frutta, e ho ripensato a mia madre, che riempiva la casa di fiori anche quando non avevamo un soldo. Questa idea della bellezza mi è rimasta. Avevo capito che Hemingway non sarebbe mai stato un grande scrittore se oltre a essere un macho della letteratura americana, in lui non si fosse nascosta anche una di sartina che sferruzzava trattenendo le lacrime. Miller mi piaceva perché sorrideva alla vita con una gioia che lo rendeva irresistibile. Trovavo lo stile di Bukowski più delicato di quanto non sembrasse. Apprezzo gli artisti che mascherano il proprio gioco. Morale: non spetta allo scrittore piangere, ma al lettore. Mai mostrare le proprie lacrime. Evitavo i ghetti, quei quartieri nei quali si raggruppavano le persone di una stessa condizione sociale, perché a vivere tra simili non si impara nulla. Ben inteso, lungi da me qualsiasi forma di disprezzo sociale, perché non mi riferisco solo alle situazioni economiche disperate, ma anche ai ghetti intellettuali. Tanto più che i ricchi si ghettizzano molto più dei poveri. Io volevo essere libero di circolare in quel nuovo spazio vergine dei miei passi e dei miei appetiti. La giornata trascorreva senza luce: prendevo la metro per andare al lavoro prima che sorgesse il sole e tornavo la sera dopo il tramonto. Mangiavo da solo, e a volte la solitudine mi era più insopportabile della fame. Stanco di quei ritmi, ho deciso di smettere di sprecare le mie energie in una fabbrica e lanciarmi nell’avventura più folle della mia esistenza: scrivere un romanzo che raccontasse la mia vita di allora a Montréal. Quella che vivevo nel momento in cui scrivevo. Quella che, per il fatto di dipendere da me, mi strappava dalla fatalità della dittatura. Quella stessa fatalità che fa sì che gli scrittori che hanno vissuto in condizioni simili passino la vita a ricreare quello stesso universo, dando l’impressione di essere finiti per sempre nella tela dell’orribile Ragno con gli occhiali e il cappello neri. Volevo raccontare la nuova vita che si viveva a Square Saint-Louis, nel quartiere latino di Montréal. Gli anni trascorsi sotto la dittatura, il bruciante esilio di mio padre, il dolore di mia madre, mi hanno fatto capire che il mostro è freddo e ha bisogno delle nostre passioni per riscaldarsi. Ciò che più lo fa urlare di rabbia è che tentiamo di uscire dal suo universo per crearci il nostro. In altre parole: sia che lo detestiamo sia che lo adoriamo, quello che al dittatore serve per ricaricarsi, come una pila elettrica, è essere al centro della nostra vita. Quando mi sono seduto davanti alla macchina da scrivere, la prima cosa che ho promesso a me stesso è stata quella di impedirgli di entrare nel mio universo, qualunque fosse la sua forma. Quella piccola stanza sporca ma luminosa nella quale trascorrevo le mie giornate, così come la pagina bianca sulla quale scrivevo, sarebbero diventate il mio paese. Un paese reale e al contempo sognato, un luogo che nessuna polizia al mondo avrebbe mai potuto violare. La scrittura sarebbe stata per me una festa intima. Certo non ho mai escluso di farmi prendere dall’ansia: dopotutto la miseria non garantisce il talento.

 

 

 

                      II.         Nella pentola

 

 

L’America

 

Non sono mai riuscito ad accettare il fatto che gli Stati Uniti si siano appropriati di quella bella parola che è “America”. È una parola che appartiene a tutti i paesi del continente. Sono restio anche alla denominazione «Antille», che fa pensare troppo alla colonizzazione, o “Caraibi”, che mi ricorda gli indiani caribe, vittime di un genocidio che sarà sempre una ferita aperta. Resta per l’appunto la parola “America”, che Bolívar sognava come un unico paese. Un continente che per lo scrittore argentino Borges evoca il mattino del mondo. Quando attraversiamo i suoi spazi immensi, le sue tante culture sovrapposte, i paesaggi contrastanti, le lingue differenti, quando attraversiamo quelle città ultra-urbanizzate che si alternano a villaggi sperduti, sembra quasi di essere dentro il quadro di un pittore primitivo che colloca volti e paesaggi sullo stesso piano creando quella sensazione di abbondanza che risveglia i fantasmi del resto del pianeta. È così che prendono forma i famosi miti americani. Ma ci basterà raschiare un po’ la terra per vedere alzarsi un geyser di sangue, il sangue dei popoli assassinati appena 200 anni fa, o quello dei giovani neri ammazzati ancora oggi dai poliziotti bianchi, o quello dei neri uccisi dai dittatori neri che rifiutano il suffragio universale. E nonostante ciò, la gente di tutto il mondo si ostina a sognare l’America.

 

Il caffè

 

Una delle più grandi delusioni della mia vita l’ho avuta una decina di anni fa, quando ho scoperto di essere intollerante al caffè. Mi bastava berne anche solo un goccio che subito iniziavo a tremare. Avevo i nervi a fior di pelle. Proprio io, il bambino del caffè, con un nonno che a Petit-Goâve ne comprava sempre ai contadini per rivenderlo in Italia e una nonna che viveva dentro una caffettiera. Era come perdere l’intero universo olfattivo della mia infanzia. Immaginatevi Proust allergico alla madeleine: la Recherche si sarebbe dovuta fermare per mancanza di carburante. Ho cambiato la mia alimentazione, fatto più esercizi e ridotto al minimo la dose quotidiana di caffè fino a che non ho ritrovato il gusto perduto di questa bevanda per scrittori. Sì, perché il caffè è l’inchiostro che irriga il cervello dello scrittore e gli permette di delirare ma rimanere comunque lucido. È l’unica bevanda il cui gusto non delude le aspettative legate all’odore. Ripeto: il caffè è l’unica bevanda il cui gusto non delude le aspettative legate all’odore. In altri casi, per esempio con il cognac, l’odore incanto più del gusto. Ma la parola caffè si riferisce anche al luogo pubblico nel quale le persone si incontrano per parlare liberamente con amici o sconosciuti sorseggiando un caffè, o un cognac. Le autorità hanno da subito intuito il potenziale sovversivo di questo spazio popoloso nel quale regna la libertà di espressione. Allora hanno tentato di vietare la bevanda, come anche il luogo, ma la passione della gente ha avuto la meglio. Ci sono persone che per sfuggire alla solitudine passano più tempo al caffè che a casa. È difficile immaginare cosa sarebbe la nostra società senza questa bevanda e senza un luogo nel quale berla.

 

L’identità

Mi capita spesso di paragonare l’identità a una bicicletta. Quando si sale su una bici, per non cadere è consigliabile guardare avanti. Se poi vogliamo andare lontano, dobbiamo dimenticarci della bicicletta. La fiducia in noi stessi aumenta solo se dimentichiamo la meccanica. Allo stesso modo, credo che l’identità non sia fine a se stessa, ma sia piuttosto un insieme di elementi distintivi o acquisiti che ci permettono di andare lontano senza perderci. Un’identità serena ci permette di affiancarci agli altri senza tensioni e senza il timore di ritrovarci con una visione del mondo modificata. A cosa serve una bicicletta se poi, per paura di quello che potrebbe accadere per strada, la lasciamo in garage? C’è una dinamica che fa sì che l’identità si arrugginisca quando noi non la usiamo. E questo accade quando continuiamo a evocarla invece di farle prendere il largo. Quest’idea che a Roma si debba fare come i romani non è sempre giusta. Bisognerebbe innanzitutto capire di quali romani si parla, perché non tutti i romani sono cittadini irreprensibili. Altrimenti non ci sarebbero tante prigioni a Roma. E poi se il nuovo venuto facesse tutto come vuole Roma, non porterebbe niente di nuovo a Roma e sarebbe una perdita secca per Roma. La cosa più grave è che ci basta anche un solo straniero perché la nostra identità di colpo si irrigidisca. Il fatto che un unico individuo possa gettare nel panico un intero gruppo sul suo territorio mostra la fragilità della nostre certezze.

 

 

La notte

 

Da quando la notte è scomparsa dalle grandi città, è diventato difficilissimo fare sogni veri. Le strade sono sempre troppo illuminate, i bar sempre troppo pieni, e dentro le case la tv rimane accesa fino a che non si attacca a ronfare. Ho riscoperto la notte durante uno dei miei viaggi ad Haiti. Mi sono ritrovato in un piccolo villaggio senza corrente, con le case illuminate dai lumi e le strade buie. E sopra le nostre teste, la luna, tonda e splendente. Sono rimasto a osservarla per quasi un’ora. Era da un po’ che non la vedevo. Ricordo che quand’ero bambino avevo una passione per la luna che come un’amica mi accompagnava ovunque andassi. E poi c’erano le stelle. Da piccolo, la nonna mi insegnava le costellazioni. Credo sia stato quello a farmi guarire da qualsiasi forma di nazionalismo. Io e la nonna trovavamo che limitarsi a vivere sul pianeta terra fosse soffocante, e io morivo dalla voglia di visitare Marte, Giove, Venere, Saturno e le altre contrade vicine. Ricordi a parte, la cosa che più mi aveva stupito era l’agilità con la quale, nonostante quel buio pesto, le persone si spostavano. Mi ci è voluto un po’ prima di riuscire a distinguere le ombre e capire che intorno a me era pieno di gente. Ormai mi sono così tanto abituato all’idea di vedere tutto in modo nitido che ho dimenticato la dolcezza di viere nella penombra. Auguro a me stesso di tornare a vedere la notte, quella spiaggia di tempo che l’elettricità ha spazzato via dalle nostre vite.

 

 

La cucina

 

Mia madre non mi ha mai permesso di mettere piede in cucina, e questo ha contribuito a risvegliare in me la curiosità per la casetta che avevamo nel cortile, dove le donne si riunivano per i loro rituali segreti. Solo molti anni dopo, a Montréal, avrei capito cosa accadeva in quella cucina. Me ne stavo tutto solo in minuscolo studio surriscaldato, cercando di scrivere il mio primo romanzo. Una sera, non ne potevo più di mangiare hamburger e in preda a una profonda nostalgia, ho deciso di provare a riprodurre i profumi della cucina di casa. Dopo qualche tentativo infruttuoso, una sera sono riuscito a raffazzonare una cena e mentre scrivevo il mio primo romanzo mi sono subito accorto della somiglianza tra cucina e scrittura. Si buttano una serie di ingredienti in una pentola d’acqua bollente con un po’ d’olio che faccia da amalgama e si aspetta pazientemente che sia pronto. Nella scrittura il legante è il narratore e lo stile non è tanto diverso dal sapore che si ottiene aggiungendo le spezie. Nel mio cammino verso l’indipendenza, per me era importante riuscire a nutrirmi, perché ho sempre sentito un legame profondo tra corpo e scrittura. Nella pentola della scrittura si aggiunge ritmo, musica ed emozione. Ma questo non basta per fare le cose al meglio. Bisogna anche avere la mano calda, che è come avere il pollice verde per i fiori. Il perché poi due persone che usano gli stessi ingredienti non raggiungano lo stesso risultato, è l’unica incognita dell’equazione.

 

 

                    III.         Elogio dell’alfabeto

 

 

 

Non sto parlando di letteratura, ma del semplice fatto di poter esprimere i propri sentimenti giocando con queste ventisei lucciole che illuminano la pagina a volte ingrata. Non immaginiamo nemmeno quanto potere abbiano le lettere, in apparenza così fragili e discrete: fatichiamo tanto a impararle, e poi a un certo punto non le consideriamo più. Le lettere ci consolano delle ingiustizie del mondo, a volte alleviano le angosce che si trasformano in incubi. Per esempio, se in piena notte ci svegliamo in un bagno di sudore, basterà buttar giù una lista di cose da fare il giorno dopo per sentirci subito meglio. Pensiamo solo al fatto che da millenni le lettere dell’alfabeto, il cui numero e forma cambiano a seconda delle regioni del mondo, raccontano le nostre emozioni, traducono i nostri pensieri, ci permettono di esprimere a distanza sentimenti che diversamente, in presenza dell’altro, non oseremmo manifestare. Le lettere impongono un silenzio intriso di freschezza in un mondo a volte troppo rumoroso. Provate solo a immaginare che baccano assordante ci sarebbe in questo momento se molte persone non stessero leggendo o scrivendo. Due operazioni che richiedono un silenzio fecondo o fruttuoso, che dir si voglia. Le lettere ci sono utili nella vita di tutti i giorni e per quanto noi le costringiamo ai compiti più degradanti, ad esempio troncando le parole o svuotando le frasi di senso, loro sono sempre lì, belle pimpanti, come fiori del mattino. Anche quando in una frase c’è un errore a ogni parola, le lettere non ne risentono. Sono più intramontabili di un abito da sera. La prima volta che le ho viste in un contesto che non fosse la pagina di un libro o la lavagna del mio primo anno di scuola, è stato sul volto rugoso di mia nonna. Mi divertivo ad avvicinarmi a lei e scovarle. Le rughe si incrociavano formando lettere finemente intagliate. Alcune erano in maiuscolo, come la A o la E, altre in maiuscolo e minuscolo, come la V, la X o la T. La W era rara, ma mi è capitato di trovarne una sulla sua nuca. Mai volto fu così attentamente letto. Nei miei continui momenti di lettura e scrittura, a volte mi capita di veder comparire su una pagina il volto dolcissimo di mia nonna che mi esorta a maneggiare le lettere con dolcezza. Ed è come se sentissi di nuovo il profumo del caffè che lei beveva mentre io mi impegnavo a dare la caccia all’alfabeto. Per me scrittura e lettura sono da sempre indissociabili. Così come il viaggio è indissociabile da entrambe. Leggiamo per evadere dal mondo nel quale viviamo, e lo stesso facciamo quando scriviamo. Finiamo così col ritrovarci in uno di quei rari posti al mondo in cui ci si può fermare anche senza passaporto o visto. È un luogo universale che appartiene solo ai lettori e agli scrittori, a coloro, cioè, che sono in grado di seguire un’idea o uno sconosciuto senza stare a preoccuparsi del tempo o della destinazione finale. Quelli invece che non sanno leggere ma che amano sognare, si nutrono di tutte quelle fiabe popolari che a volte hanno persino più forza di un testo scritto, perché portano in sé le voci di coloro che le hanno tramandate nel tempo. Ebbene, queste storie non sono diverse dai romanzi che si trovano in libreria. Per scrivere questo discorso ho fatto come i salmoni, che risalgono i fiumi fino alla sorgente, e ho cercato di risalire ai primi sapori della scrittura. Le lettere d’amore. Per scrivere servono due cose: un’urgenza e un segreto. L’amore è il più forte dei sentimenti, ma in una grande fetta di mondo continua a essere anche il più proibito. Inoltre l’espressione dell’amore rifiuta i mezzi termini. Vuole le parole più pure, quelle più nude. Più la lettera sarà bella e meno sarà comunicativa, perché in realtà l’unica cosa che desideriamo sentirci dire dall’altro è «Ti amo». Riuscire a scrivere un libro che abbia in sé un tale fuoco significa essere un poeta. E difatti le nostre prime lettere d’amore sono quasi sempre copiate delle parole di questi poeti. Poi a un certo punto, non so bene quando, ho smesso di osservare il viso della persona amata e ho cominciato a interessarmi al paesaggio attorno a me. A quelle miriade di persone che mi circondavano e che io non avevo mai notato perché troppa era l’ossessione nei confronti di Vava. Zie, cugini, vicini di casa, persino sconosciuti, emergevano dalla nebbia dell’indifferenza. E ora che riuscivo a vederli, avevo voglia di addentarli. Erano uno diverso dall’altro. Quanta abbondanza per il giovane pittore di Alphabetville. Ancora oggi la bilancia non è cambiata: da una parte c’è il volto della persona amata e dall’altra il resto del mondo. Quale peserà di più? Solo le minuscole lettere dell’alfabeto conoscono la fine della storia. Sono lì che fremono nel tentativo di formare parole, frasi, pagine e libri che noi fingiamo di scrivere.

 

 

Elogio della lettura

 

Da che ne ho memoria, nella mia vita c’è sempre stato un libro, in qualsiasi tipo di situazione. Il primo ricordo è mia madre china su di me a leggermi il Gatto con gli stivali, che era il mio personaggio preferito. Non saprei dire, figuriamoci descrivere, quali erano le emozioni che quella storia risvegliava in me. Ma ogni volta che apro un libro, spero sempre di ritrovare quello stesso stato di assoluta felicità. Tutto ciò che mi resta è il profumo di mia madre. Poi ho iniziato a rintanarmi sotto il letto, in mezzo alla polvere, per seguire le tracce di D’Artagnan. Mi ricordo di una volta in cui stavo leggendo Climats di André Maurois e con la mano sono andato a sbattere contro una bottiglia di un cocktail a base di ciliegie, alcol e zucchero. Difficile distinguere tra quelle due ebbrezze. Poi è iniziato il periodo degli alberi, fin quando non sono caduto da un ramo perché ero troppo immerso nell’universo di Walter Scott (era Ivanhoe). Mi piacevano i romanzi di avventura, così come più avanti mi sarebbero piaciuti quelli psicologici, che mi avrebbero aperto le porte del cuore femminile. Tra le altre cose, la letteratura mi ha insegnato che la nostra sensibilità è più d’una, perché si adatta a ogni minima variazione. E che il paesaggio esteriore influisce sui nostri stati d’animo. Fatto sta che non sono mai più uscito senza un libro. Ovunque io sia, in qualsiasi situazione, mi basta aprirlo perché il mondo si apra a me, facendomi subito ricordare il volto luminoso di mia madre. E, soprattutto, il suo profumo.

 

 

Borges è un libro

 

Tengo sempre un libro di Borges sul comodino. Quando sento di averlo letto a sufficienza, lo sostituisco con un altro, ma sempre di Borges. Certo, leggo anche altri autori (Baldwin, Bulgakov, Tanizaki, Bashô o Diderot), ma poi torno sempre a Borges. Perché? Perché secondo me è l’essere più intelligente e l’uomo più cortese che io abbia mai conosciuto. Rimango incantato di fronte alla sua curiosità, così insaziabile da sfiorare quasi l’ingenuità. A chi gli chiede: «Ma lei è Jorge Luis Borges?», lui risponde: «Cosa vuole che ne sappia? Io non so niente di me. Non so nemmeno quando morirò». È raro che la morte costituisca oggetto di curiosità. Per Borges non è solo un “bon mot”, come anche per Villon, che non esita ad avvertirci della gravità della cosa («Hommes, ici n’a point de moquerie», «Uomini, qui non c’è da scherzare»). Eppure non fatico a immaginare il vecchio poeta argentino mentre aspetta serenamente la sua morte con il bastone tra le gambe. Non è un caso che quest’uomo abiti la mia mente da più di trentadue anni. E non solo: questo vecchio cieco si muove da una cultura all’altra neanche fosse nella sua camera di Buenos Aires. È a casa sua nella letteratura islandese, a casa sua nel teatro di Shakespeare, a casa sua nei romanzi di Stevenson come nella poesia di Lugones; è a suo agio più nell’Antichità greca che nel Ventesimo secolo, dove sembra essere capitato per sbaglio. Ma il motivo che mi spinge a continuare a leggerlo con tanta assiduità è che, nonostante la sua meravigliosa erudizione, Borges rimane un bambino che ha paura del buio. Quando finge indifferenza di fronte alla cecità che l’ha colpito, è solo per far credere alla madre di non soffrire. Eleganza e coraggio sono le parole che definiscono Borges. Io non leggo un libro di Borges: io leggo Borges. Quando prendete in mano Finzioni o L’Aleph siate delicati, perché Borges vi guarda da dietro le pagine.

 

 

Vivo dove scrivo

 

Non so perché, ma appena arrivai a Montréal sentii che quella città mi avrebbe permesso di fare il salto. Avevo 23 anni e mi ero appena lasciato alle spalle l’universo angosciante dei Duvalier, quella Port-au-Prince che di notte pullulava di rivoltelle e cani gialli. Ad Haiti facevo il giornalista e dovevo scrivere guardandomi le spalle. E ora, invece, eccomi in una città nella quale si poteva circolare senza avere paura. Ho preso in affitto una stanzetta squallida ma luminosa in rue Saint-Denis, in pieno quartiere latino, accanto a un piccolo parco frequentato da certi bevitori di birra alla Bukowski che abbordavano le ragazze dell’università Mc Gill. Dall’altra parte della strada il poeta Gérald Godain viveva la sua passione con la cantante Pauline Julien. Il poeta Émile Nelligan, diventato famoso per aver utilizzato due volte in un verso brevissimo la parola “neve” («Ah, comme la neige a neigé»), ha passeggiato in questo parco prima di terminare la sua vita in un ospedale psichiatrico. Quello era decisamente il posto ideale per tentare di diventare uno scrittore. Camminavo per la città come un animale che vuole segnare il territorio. E alla sera andavo in un bar di rue Saint-Denis e mi sedevo in un angolo a osservare la fauna. Non avevo idea di che libro avrei voluto scrivere, né di che scrittore sarei voluto diventare. L’unica cosa di cui ero certo era che non poteva esistere letteratura senza un legame tra vita e scrittura. Ecco perché ho sempre bisogno di conoscere il luogo in cui vivo. Questo modo di vedere le cose mi avrebbe evitato di scrivere un primo romanzo nostalgico, un tranello nel quale incappano la maggior parte degli scrittori esiliati. Per me era importante che quel romanzo fosse ambientato a Montréal e scritto al presente. Avrebbe significato togliere la mia vita dalle grinfie del dittatore, perché avrei descritto un luogo che lui non conosceva, in un tempo che era soltanto mio. Tanto più che la stanza nella quale vivevo, con il suo letto stretto, il suo frigorifero, il suo tavolino e il suo divano, era il luogo ideale nel quale scrivere quel romanzo che cominciava a nascere dentro di me. Ad Haiti ero sempre col mio gruppetto di giornalisti con i quali giravo il paese per raccontare in modo fedele la difficile realtà quotidiana delle persone. A Montréal, invece, sono solo, e dunque ho più tempo per leggere, e per scrivere. Ecco una cosa preziosa che mi mancava nella mia Port-au-Prince frenetica e sovraffollata. Al mio arrivo a Montréal avevo preso l’abitudine di sedermi al centro della stanza e aspettare la notte. La solitudine può divorare; ma può anche aprire prospettive affascinanti. Una sera ho finalmente capito cosa mi mancava per portare a compimento la mia personalità di scrittore: una macchina da scrivere. Avevo trovato una vecchia Remington 22 in buono stato da un rigattiere in avenue du Parc. L’ho comprata e l’ho messa sopra il tavolo sbilenco sul quale mangiavo quando mi sentivo in grado di reggere la solitudine. Per il resto la maggior parte delle volte trangugiavo un hamburger nel ristorante fumoso all’angolo della strada. Mi piace sedermi al bancone a mangiare e leggere il giornale, e sentirmi un po’ Miller. Hemingway diceva che tutto quello che serve per scrivere è una macchina da scrivere, un bicchiere di birra e un panino. Ma io non mi sentivo ancora pronto per un simile salto senza rete. In città non conoscevo nessuno. Gironzolavo di qua e di là fino a che una sera non ho incontrato Julie. Eravamo in rue Sherbrooke, lei mi aveva trascinato a vedere un Van Dongen alla Dominion Gallery, quando mi è venuta l’idea di scrivere un racconto e di intitolarlo: “L’été s’appelle Julie” [L’estate si chiama Julie]. Non era granché come titolo, ma aveva il merito di rendere chiaramente il mio stato d’animo del momento. Era estate e io volevo trascorrerla con Julie. Potrà sembrare banale, ma in quelle quattro parole si concentrava tutto il mio progetto di scrittura. Abbiamo trascorso la serata a bere pessimo vino e a parlare dei nostri eroi letterari. Il mio era Holden Caufield, il protagonista de Il giovane Holden di J. D. Salinger. Lei invece aveva sempre pensato di essere l’incarnazione della giovane ed eccentrica Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany, di Truman Capote. Poi è scomparsa, come Holly. Per poter continuare a dialogare con lei, ne ho fatto il personaggio principale del mio primo romanzo: Miz Littérature [Miz Letteratura]. E lo stesso ho fatto con il luogo nel quale è avvenuto tutto. Anche se, in realtà, questa città per me è molto più che un luogo. È uno stato d’animo.

 

Spesso mi chiedono: come mai tutta questa passione per la cronaca? Un giorno ho incontrato un ragazzo che aveva la stessa opinione di Lucien Montas, la Sfinge del Nouvelliste: “Signore, – mi ha detto – devo confessarle che a me piace leggere solo testi brevi con frasi corte”. Ho pensato che forse la sua idea era che temi anche molto diversi tra loro potessero fondersi in un tutto armonioso, come in una zuppa di pesce bella speziata. Avevo dunque trovato il mio campo da arare, un po’ come Borges, che non ha mai lasciato la biblioteca.