contact us

Use the form on the right to contact us.

You can edit the text in this area, and change where the contact form on the right submits to, by entering edit mode using the modes on the bottom right.

           

123 Street Avenue, City Town, 99999

(123) 555-6789

email@address.com

 

You can set your address, phone number, email and site description in the settings tab.
Link to read me page with more information.

Margaret Atwood: Tre carte dei tarochi

 

Tre carte dei tarocchi

Margaret Atwood

Vi ringrazio molto  per avermi invitata oggi qui con voi. È un grande piacere tenere la Lectio magistralis di quest’anno.

Il vostro gentile invito, tuttavia, ha anche creato in me qualche perplessità. Mi è stato detto che avrei potuto parlarvi di qualsiasi cosa purché avesse una certa attinenza con la  scrittura. Ma cosa potrei mai dire in generale della scrittura che altri non abbiano già detto in precedenza, o che io stessa non abbia già detto, cose che, nel mio caso, non erano poi granché? Perché cosa si può dire, con un minimo di autorevolezza, della scrittura in termini generali? Nessuna idea riesce a esaurire l’argomento. 

Ad esempio: La scrittura è una sfilza di segni neri sulla pagina, o sul muro di un gabinetto, collocati in quei punti da un numero infinito di persone. La scrittura è un mezzo per registrare la voce umana, anche se non è l’unico. La scrittura sta passando di moda, oppure no, a seconda dei punti di vista. La scrittura è il più delle volte una forma di racconto, e il racconto è una delle prime invenzioni umane, e forse la più importante; impariamo più facilmente dalle storie che, per esempio, da diagrammi e grafici. La scrittura fu concepita in Mesopotamia per inventariare derrate come il grano nei templi. Un tempo la scrittura era considerata un segreto carico di paura, noto soltanto agli scribi e agli stregoni, e tuttora ha qualcosa di allarmante: di recente mi hanno regalato una tazza da caffè con la scritta PAROLA e, sotto: «Maneggiare con cura». La scrittura è stata contraffatta e utilizzata per rovinare le persone, come nel caso di Maria Stuarda, regina di Scozia. Inoltre è stata anche usata per salvare i condannati a morte: ecco la grazia, che arriva appena in tempo! È stata usata per ricattare ed estorcere; per infondere gioia e speranza. Nel xviii secolo si è insegnata su vasta scala la scrittura a mano, perché il capitalismo richiedeva un gran numero di impiegati capaci di leggere e scrivere, per tenere il conto della ricchezza e di chi doveva quanto a chi. Questo fa il povero impiegato Bob Cratchit in Canto di Natale, il romanzo breve di Dickens, nell’ufficio contabilità di Ebenezer Scrooge mentre scribacchia con la penna: tira somme.

Oh, ma non intendevate scrittura con la s minuscola, dite voi. Intendevate Scrittura con la maiuscola! Intendevate scrittura letteraria, o almeno opere scritte di una certa levatura. Intendevate, magari, il genere di scrittura che io stessa, di tanto in tanto, sono nota per aver compiuto. Dico «compiuto» a ragion veduta: si compie un’azione, ma si compie anche un crimine, e la scrittura letteraria è un’azione, ma può anche essere considerata un crimine. Tanti sono stati imprigionati o mandati a morte esclusivamente per i loro scritti. Fra i verdetti si contano il sacrilegio e il tradimento; fra le accuse mosse dai critici letterari – scrivono anche loro, non dimentichiamolo – si annoverano il cattivo gusto e la scrittura scadente.

Attenti alla scrittura, potremmo dire! Forse si dovrebbe essere più riservati, e non affidare mai niente alla carta. Ma nel mio caso è decisamente troppo tardi.

Poiché gli esseri umani sono creatori di simboli, e amano che tali simboli siano organizzati in modo comprensibile, cercherò di esaminare alcuni aspetti della scrittura mediante tre carte dei tarocchi: la Papessa, la Ruota della Fortuna e la Giustizia.

E poiché gli esseri umani sono narratori, e lo sono da decine di migliaia di anni, comincerò con tre storie. La prima storia: Come sono diventata una scrittrice (per così dire). La seconda storia: Come una volta ho utilizzato i tarocchi in un rudimentale corso di scrittura narrativa a Edmonton, Alberta, nel 1970. E la terza storia: Come ho ricevuto in dono una copia dei tarocchi viscontei, a Milano nel 2017. 

La prima storia: Come sono diventata scrittrice (per così dire).

Ecco il contesto. Alla fine degli anni Cinquanta e agli inizi dei Sessanta – quel pianeta distante che ho buoni titoli per descrivere – essendo io all’epoca già nata e piuttosto adulta – non c’erano i telefoni cellulari. Non solo: non c’erano i personal computer, né i social media, né qualunque forma di internet. Non c’erano nemmeno i fax. Le macchine da scrivere elettriche stavano per essere inventate; io ne comprai una solo nel 1967. Non c’era la pillola. Non c’erano i collant. Non c’era il cappuccino, quanto meno in Nord America: il latte macchiato non aveva ancora sferrato il suo furtivo attacco dall’Europa e non si era infiltrato nel flusso sanguigno della collettività. C’erano pochissime persone di sesso femminile nelle facoltà S.T.E.M., che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica.

Se ti occupavi di medicina ed eri donna, quasi sicuramente eri infermiera. Se ti occupavi di legge – cosa improbabile – eri assistente legale. Se ti occupavi di politica – almeno in Nord America – eri una freak, e come tale ti trattavano.

Negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta i romanzieri erano quasi tutti maschi. Se eri di sesso femminile e poeta, magari ci si aspettava che ti suicidassi per dimostare che facevi sul serio. Se eri di sesso maschile e poeta, l’equivalente era diventare alcolizzato come Dylan Thomas, molto di moda all’epoca.

Il dna era da poco venuto alla luce. Nessuno aveva ancora clonato il proprio cane.

Esisteva una sola scuola di scrittura creativa a quei tempi, in Iowa. Non ce n’erano di simili a Toronto, dove ho mosso i primi passi da scrittrice. Se durante il mio lungo e insolito percorso ho acquisito qualche capacità, è stato da autodidatta, con l’aiuto – sono lieta di riconoscerlo – dei miei amici, dei primi lettori, di agenti ed editor. Però mi ci è voluto un certo tempo per procurarmele, quelle capacità: prima ho dovuto scrivere qualcosa. E molto di ciò che ho scritto inizialmente non era buono. È così per la maggior parte degli scrittori.

E, come per tutti gli scrittori, credo, i miei primi maestri sono stati gli scrittori – alcuni in vita, ma molti, molti altri che non erano più vivi nel senso comune del termine, ma lo erano tramite le loro voci, le loro parole e le loro storie; divoravo le loro opere non appena riuscivo a trovarle, perché sono sempre stata una lettrice insaziabile. «Ti rovinerai gli occhi» mi dicevano dopo avermi sorpresa a leggere con una pila; e infatti me li sono rovinati. Ma ne è valsa la pena. A tutti quegli scrittori dico grazie. Il mio debito nei vostri confronti è incommensurabile.

Nel 1957, avendo già assimilato alcuni dei testi fondamentali che in seguito mi sono tornati così utili – la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, qualunque fiaba popolare di ogni parte del mondo che mi capitasse a tiro, le Mille e una notte, tantissimi romanzi polizieschi e di fantascienza, un’immensa scorta di fumetti, un mucchio di Shakespeare e romanzi ottocenteschi – ma non ancora Dante, Cervantes, e Chaucer – mi iscrissi all’università.

Gli studi umanistici allora vivevano una specie di boom, o quanto meno erano più rispettati di quanto non lo siano adesso. Avevano, in effetti – e in certi ambienti – riempito il vuoto che si andava creando nello spazio precedentemente occupato dalla religione. Parevano offrire un innalzamento spirituale, o un arricchimento morale, o un nebuloso miglioramento. Si supponeva che – in qualche modo mai chiarito – sul piano morale «ti facessero bene».

Tale punto di vista aveva un rovescio della medaglia, come capita sempre con tutto ciò che è umano. L’Unione Sovietica, negli anni Venti e Trenta e più tardi, aveva portato all’estremo questo genere di analisi moralizzante: là certi poeti non si potevano nemmeno pubblicare, essendo stati dichiarati «degenerati» e dunque dannosi alla società. La grande poetessa russa Anna Achmatova era considerata talmente pericolosa che per decenni ne fu vietata la pubblicazione nell’urss. La sua straordinaria poesia “Requiem” – sui sentimenti di chi tentava di sopravvivere al terrore staliniano e alle grandi purghe – fu composta per frammenti, che furono poi imparati a memoria dagli amici fidati della Achmatova. Qualsiasi traccia scritta fu distrutta: per la Achmatova, essere scoperta in possesso delle prove sarebbe stata una sentenza di morte. Infine, quando morì Stalin e poi arrivò la glasnost, i frammenti vennero riassemblati e la poesia fu pubblicata.

Immaginate di rischiare la vita per salvare una poesia o un’opera di narrativa o una cronaca! Eppure la gente lo fa. Penso al libro di Curzio Malaparte, Kaputt, fatto uscire a pezzi dal paese durante la Seconda guerra mondiale. Recentemente, dalla Corea del Nord è stato fatto uscire in modo simile un libro di racconti sulla vita in un regime molto repressivo. S’intitola L’accusa. L’autore si è servito di uno pseudonimo, Bandi, che vuol dire «lucciola». Pensateci. Un insetto minuscolo, che emette fievoli pulsazioni luminose nell’oscurità.

È lo scrittore come testimone, come messaggero – un ruolo consacrato dal tempo. Ricordo quell’uso della voce nel Libro di Giobbe, considerato uno dei testi più antichi della raccolta che conosciamo come Bibbia. La voce è quella del messaggero che va da Giobbe e descrive le catastrofi che ne hanno ucciso i figli. Dice: «Sono scampato io solo che ti racconto questo». È una delle cose che può fare la letteratura di fantasia in tempi di tribolazioni e sventure: testimoniare.

Tuttavia, quando sull’arte viene esercitato un vaglio morale eccessivo da parte di forze che ad essa sono estranee, ma che sostengono di agire per difendere la società, il risultato è invariabilmente la censura, se non addirittura eventi come il processo per oscenità a Madame Bovary, il pionieristico romanzo di Flaubert. Questa visione morale della letteratura era tipica dell’epoca vittoriana – un’epoca che abbinava i propri nobili principi morali con la più vasta popolazione di cortigiane, prostitute di strada e bambini venduti all’industria del sesso che Londra abbia mai visto. Eppure non ce ne siamo mai liberati, di questa idea che i romanzi e le poesie e le opere d’arte in genere debbano essere giudicati in base al fatto che «ti fanno bene» oppure no, secondo i criteri di chiunque stia giudicando.

Ai tempi nostri, può darsi che questo tipo di moralizzazione si manifesti come un esame degli oggetti artistici che li inquadra semplicemente come un sottoinsieme del settore dell’intrattenimento, o come una specie di secrezione – come una perla attorno a un irritante granello di sabbia – o come uno scarto, una pelle persa da un serpente o un mucchio di unghie dei piedi prodotte dalla cultura in generale, e meritevole di studio solo come sintomo di tutto ciò che non andava nella psiche dell’autore o dell’autrice, o nella sua visione del mondo, o nel suo orientamento socioeconomico, o nella sua filosofia, o estetica, o nel suo bagaglio di pregiudizi.

Non si tratta più della contemplazione di un oggetto artistico che si ritiene benefico, ma del suo censorio annientamento. Che sollievo: un altro oggetto culturale guasto, consegnato alla pattumiera della storia mentre noi, individui più illuminati, procediamo per la Strada di mattoni gialli fino alla Città di Smeraldo di Oz, oppure – come direbbe Sant’Agostino, inventore del sesso come peccato originale – verso la Città di Dio. All’epoca attuale, questa nostra nobile tendenza a giudicare (da cui io stessa sono tutt’altro che immune, mi preme precisarlo) lavora in tandem con un livello mai visto, ed effettivamente impossibile in passato, di saturazione nella violenza pornografica. La società e gli esseri umani umane sono parecchio contradditori, come avrete notato. 

Ma sto divagando. Eccomi là, dunque, nel 1957, all’età di diciassette anni. Toronto, nel 1948 – l’anno in cui mi ci trasferii – aveva una popolazione di circa seicentoottantamila abitanti. Era nota come «Toronto la Giusta» o talvolta come «Toronto la Blu» in riferimento alle sue blue laws [1]: vietato bere nei locali se si poteva esser visti dalla strada, per esempio, e mai di domenica. La domenica, il divertimento era andare giù ai piazzali di smistamento a guardare i treni deviati di qua e di là. Toronto era così noiosa che la gente ci scherzava su: «Primo premio una settimana a Toronto, secondo premio due settimane a Toronto». Così erano i bei tempi andati.

Oggi la situazione si è un po’ rovesciata: Toronto è ormai considerata la città più multiculturale del mondo. Chi avrebbe pensato che potesse succedere, nel 1948? Il termine «multiculturale» non era nemmeno stato inventato! Nel 1961, quando ero una giovane scrittrice, il consiglio che mi veniva dato da quei pochi coraggiosi già entrati nelle arti era, sostanzialmente, «Vattene da Toronto». Oppure, ampliando il concetto: «Vattene dal Canada». Il Canada di allora aveva pochi autori pubblicati, non aveva un’industria cinematografica, e non aveva un’industria musicale. Le arti erano una cosa che si importava, se proprio non potevi farne a meno: il legno era quella che si esportava. Il Canada era considerato terreno sterile per la mente creativa o imprenditoriale, e in realtà per qualsiasi iniziativa ad eccezione del taglio d’alberi, dell’attività mineraria e della pesca. Come disse, memorabilmente, uno dei pochi saggi che producemmo all’epoca: «Agli americani piace far soldi. Ai canadesi piace contarli».

Quel saggio era Northrop Frye, grazie al quale andai alla Harvard Graduate School invece che a Parigi, dove avrei avuto l’intenzione di fare la cameriera, abitare in una soffitta, scrivere capolavori a tempo perso, fumare sigarette – Gitanes, di preferenza, ma non c’era speranza, dato che a quelle ero allergica – bere assenzio – anche in questo caso senza speranza, dato che sotto l’effetto dell’alcol vomitavo, attività impoetica – prendermi la tubercolosi, malattia romantica di elezione, e ammazzarmi di tosse come l’eroina della Traviata. Che è un melodramma. Benché a Toronto non ci fosse un teatro dell’opera, ne conoscevo comunque l’esistenza grazie alla radio, e alle dirette del sabato pomeriggio dal Metropolitan di New York.

Preferii Harvard e la laurea in letteratura a Parigi e alla morte per tubercolosi, perché Frye era convinto che sarei forse riuscita a scrivere di più da studentessa che da cameriera – dicevamo waitress, allora, non server – e aveva ragione, come scoprii in seguito quando lavorando davvero come cameriera. Fra l’altro, portar via gli avanzi degli sconosciuti è un ottima sistema per dimagrire. Persi cinque chili e mezzo. Ma questa è un’altra storia.

Nel frattempo scrivevo. Finalmente pubblicai il mio primo romanzo nel 1969. Firmai le mie prime copie nel reparto calze e intimo maschile dell’Hudson’s Bay Company Department Store di Edmonton, Alberta. È una storia vera, non me la sono inventata. E questo mi porta a: 

La seconda storia: Come una volta utilizzai un mazzo di tarocchi in un rudimentale corso di scrittura narrativa a Edmonton, Alberta, Canada, nell’anno 1969/1970.

Se nel 1970 non eravate ancora nati non preoccupatevi: non era nata un sacco di gente.

Ho vissuto a Edmonton, Alberta, negli anni fra il 1968 e il 1970. Avrei dovuto finire la mia tesi di dottorato in letteratura vittoriana a Harvard, sulle figure femminili soprannaturali e il loro rapporto con la visione della natura di Wordsworth e di Darwin – benevola nel primo caso, con i denti e gli artigli rossi nel secondo – ma a un certo punto, durante quei due anni, venni intercettata dall’industria cinematografica e cominciai a scrivere sceneggiature, e non tornai mai più alle femmine soprannaturali.

All’epoca veniva offerto un corso rudimentale di scrittura, e mi fu chiesto di insegnarvi, essendo io a quel punto una poetessa che aveva pubblicato. Gli allievi erano universitari terrorizzati dalla pagina bianca. Per aiutarli e dar loro qualcosa su cui fissare l’attenzione, mi portai in classe il mazzo dei tarocchi e chiesi loro di scegliere uno dei trionfi - le carte con il nome e la figura – o una delle altre, gli arcani minori – Re, Regina, Cavaliere e Fante – dai quattro semi, che nei tarocchi sono Coppe, Spade, Bastoni e Denari. (Nei mazzi di carte ordinari sono diventati Cuori, Picche, Fiori e Quadri). Per fortuna, le carte dei tarocchi contengono un certo numero di potenti figure femminili, oltre che maschili, quindi c’era ampia scelta per tutti.

Il sistema si rivelò piuttosto efficace nell’innescare episodi di scrittura, e altrettanto lo fu il racconto di fiabe popolari come punto di partenza per le storie. Ne uscì una bella versione della fiaba di Barbablù, nella variante dell’Uccello strano, dal punto di vista dell’uovo magico, che sporcandosi di sangue tradisce le due sorelle della protagonista, ma non la terza, che lo aveva posato su uno scaffale prima di entrare nella stanza insanguinata.

Perché conoscevo i tarocchi? Erano in voga al tempo di T.S. Eliot, che li nomina in La terra desolata. Un romanziere minore dell’epoca – Charles Williams, membro del circolo di Tolkien – scrisse addirittura un romanzo imperniato sui tarocchi, che intitolò The Greater Trumps. Insomma, ero venuta a conoscenza dei tarocchi studiando la letteratura del Novecento. Avevo posseduto per un certo tempo un mazzo dei tarocchi di Marsiglia, e me ne servivo abitualmente per leggere il futuro, finché le profezie non diventarono fin troppo precise.

Avevo da poco imparato anche l’astrologia e la chiromanzia, nelle seguenti circostanze: abitavo a Edmonton in una casa che era divisa in due, e nell’altra metà viveva Jetske Sybyzma, una storica dell’arte olandese che stava studiando Hyeronimus Bosch. Aveva avanzato la tesi – poi confermata – che i dipinti contenessero simboli astrologici, e per interpretarli aveva studiato astrologia e letto libri sull’argomento. L’astrologia si portò dietro la chiromanzia, dato che anche quel sistema era legato ai pianeti, e la disposizione delle mani, delle dita e degli anelli nei ritratti rinascimentali può dire molte cose sul soggetto del dipinto.

Durante le lunghe, buie e fredde notti di Edmonton, quando era pericoloso avventurarsi fuori per via del gelo, nonché della nebbia ghiacciata – cristalli di ghiaccio che potevano entrarti nei polmoni e tagliarli – per passare il tempo Jetske m’insegnò quel che sapeva della chiromanzia e della scrittura degli oroscopi. Anche i tarocchi sono legati a questi sistemi astrologici. E questo mi porta a: 

La terza storia: Come mi è stata regalata un mazzo copia dei tarocchi viscontei, a Milano, nel 2017. 

Verso la fine del 2017 ho partecipato al Noir in Festival, che è dedicato ai film e ai romanzi noir e si svolge a Milano e a Como. In quell’occasione ho ricevuto il Premio Raymond Chandler, cosa che mi ha fatto molto piacere, perché le opere di Chandler erano fra i gialli che avevo letto da giovane. Durante la visita a Como siamo saliti in funicolare al paese di Brunate, e nella chiesa abbiamo visto il famoso affresco della Papessa, che è stato variamente identificato, ma che si suppone legato alla storia di Santa Guglielma, fondatrice di una setta religiosa che non discriminava in base al sesso e profetizzò l’avvento di un pontefice donna.

Comprensibilmente la cosa non risultò troppo gradita alla Chiesa, e in special modo all’Inquisizione. Guglielma si rifugiò in cima al monte di Brunate e, - come ci ha spiegato la guida – gli inquisitori furono troppo pigri per salire fin lassù e quindi non la catturarono, anche se in seguito ne dissotterrarono i resti e li bruciarono sul rogo.

Il mazzo Visconti-Sforza fu commissionato più di un secolo dopo, e si dice che la seconda carta – la Papessa, che in alcune versioni dei tarocchi è chiamata Sacerdotessa - fosse stata inserita in onore di Santa Guglielma e della sua setta. Chi può dirlo? Ma così si racconta.

Dopo la visita a Brunate e la conversazione sulla Papessa, l’addetto stampa della casa editrice – Matteo Columbo, che è a sua volta una specie di mago – mi ha regalato una copia del bellissimo mazzo dei tarocchi dei Visconti-Sforza, sui disegni del quale si fondano tutte le successive versioni dei tarocchi. 

Ho scelto tre carte per rappresentare tre aspetti del romanzo. Corrisponderanno approssimativamente all’inizio, alla metà e alla fine.

La prima carta è la PAPESSA, o SACERDOTESSA. In cartomanzia simboleggia l’occulto e il misterioso, le forze che agiscono sotto terra, i segreti nascosti. Vi chiedo di prenderla in considerazione in rapporto alla scrittura dei romanzi perché, in un certo senso, ogni romanzo è un romanzo giallo. Se non ci sono segreti all’inizio del libro, e se l’autore mostra le carte troppo presto (“mostrare le carte” è un’altra metafora che nasce dai giochi di carte), noi lettori non saremo abbastanza incuriositi per continuare a leggere. Vogliamo saperne di più. Ci aspettiamo in una certa misura di essere sviati: speriamo di scoprire che le cose e le persone non sono come ci è stato fatto credere al principio. Ci aspettiamo, prima della fine della storia, che venga svelato ciò che era nascosto, e se non succede ne siamo piuttosto infastiditi.

La Papessa o Sacerdotessa è governata, in termini astrologici, dalla luna, che in epoca medievale aveva ormai acquisito una reputazione piuttosto equivoca. Può indicare l’intuizione, ma anche il cambiamento, la transitorietà, e l’illusione. Sulla carta della luna sono raffigurati – fra l’altro – dei riflessi nell’acqua. C’è la Luna, e c’è il riflesso della luna. Il riflesso è un’illusione: non puoi prendere la luna se ti butti nel lago.

E anche i romanzi sono riflessi e illusioni. In quanto autore, devi sforzarti il più possibile di rendere convincente la tua illusione. Dicendo questo non intendo screditare i romanzi. Una verità di qualche genere può apparire – e spesso appare – per effetto di riflessi e di illusioni. Come Emily Dickinson intimò di fare per le poesie, anche i romanzi devono dire la verità, ma dirla di sbieco. Lei dice anche che «la verità deve abbagliare per gradi». Chiaro di luna e vie traverse, non il bagliore di mezzogiorno all’improvviso. È un buon consiglio per i romanzieri. 

Anche la mia prossima carta dei tarocchi è governata dalla luna. È la RUOTA DELLA FORTUNA. L’ho scelta per rappresentare la parte centrale del romanzo.

Poiché una storia consiste sempre di una sequenza di eventi – succede questo, poi succede quello, poi succede questo – e gli eventi della storia hanno luogo in un certo ordine, la composizione di un romanzo deve sempre comportare considerazioni temporali. Come disse una volta Leon Edel, biografo di Henry James, se è un romanzo ci sarà dentro un orologio.

Oppure, potremmo aggiungere, qualche altro sistema per scandire lo scorrere del tempo. Le meridiane indicano il tempo circolarmente, disegnando il cerchio fatto dal sole. Gli orologi – nella versione analogica – sono circolari: le lancette fanno il giro, e il giorno dopo lo rifanno. Le fasi della luna indicano il tempo – luna nuova, luna piena, ultimo quarto, luna nera – dopodiché la sequenza si ripete. Invece i calendari, nella consueta forma cartacea, sono lineari: marzo 2018 viene strappato e gettato via e, benché ogni anno ripeta i mesi e il ciclo delle stagioni, gli anni di per sé non si ripetono. Non vedremo mai più il 1812, se non nei film storici e nei viaggi nel tempo della fantascienza.

Se il tempo è lineare, dove sono l’inizio e la fine? Inutile domandarselo, nel caso il tempo sia circolare.

Come concepirà il tempo l’autore o l’autrice del romanzo? Come lo organizzerà nell’ambito della narrazione? La forma codice in cui si radica gran parte dei romanzi è lineare – cioè le pagine sono numerate in sequenza – ma il modo in cui il tempo viene gestito all’interno di questa disposizione lineare non è necessariamente lineare. Per esempio, l’elemento temporale potrebbe somigliare a un cerchio – alla fine, il personaggio centrale si ritrova in una situazione simile a quella da cui era partito, anche se non è detto che alla fine abbia per forza la stessa età, a meno che la storia contenga aspetti soprannaturali o innaturali. Oppure si potrebbe disporre il tempo così da raccontare più storie parallele, che si svolgono contemporaneamente ma si intersechino in seguito. Oppure potremmo avere a che fare con molteplici flashback.

La storia – quello che succede – e la struttura – come raccontare al lettore quello che succede – possono essere la stessa cosa, o possono essere cose diverse. Se coincidono, la storia comincia all’inizio e va avanti finché arriva alla fine, dove si interrompe. Per esempio, il punto di entrata dell’Iliade trova Achille imbronciato nella sua tenda, dopodiché apprendiamo il motivo per cui se ne sta imbronciato nella tenda, e poi perché esce dalla tenda e cosa fa in seguito.

In Canto di Natale di Charles Dickens, il punto d’entrata è il vecchio avaro Scrooge, di pessimo umore la vigilia di Natale, quando riceve la visita dello spettro del suo defunto socio; in seguito ci vengono presentati tre distinti segmenti temporali – il passato di Scrooge, il suo presente, e il suo possibile futuro – ciascuno dei quali dice a noi lettori qualcosa di più della sua vita, mentre a Scrooge dice qualcosa di più di sé. Poi il tempo si ferma e si rovescia, e a Scrooge viene concesso di rivivere daccapo il giorno di Natale, stavolta molto più allegramente.

Nel romanzo di Emily Bronte Cime Tempestose, il punto d’entrata – l’inizio del romanzo – si trova molto avanti nella storia vera e propria, nella sequenza degli eventi. La protagonista femminile, Catherine, è morta da molto tempo, il suo ossessivo e moralmente equivoco adoratore, Heathcliffe, è di mezza età, e la loro storia – la storia che stiamo per ascoltare – è raccontata attraverso le voci di due persone completamente diverse – un signore che vuole prendere in affitto una proprietà che appartiene a Heathcliffe, e Nelly, che era la domestica nella casa dei due personaggi centrali, e che della storia sa molto, ma non tutto.

Questi sono alcuni dei tanti modi in cui si può organizzare il tempo in un romanzo. A titolo di esperimento, tentiamo qualche variazione su un racconto familiare.

1.    Cappuccetto Rosso, semplice versione lineare. C’era una volta una bambina, alla quale la madre aveva cucito un bel mantello rosso con il cappuccio, ragione per cui la bambina veniva chiamata Cappuccetto Rosso. Un giorno la madre le disse: «Ho preparato un cesto di cose buone e sostanziose per la nonna, che è malata e vive dall’altra parte del bosco. Devi portarglielo, ma attenta a non allontanarti dal sentiero, perché nel bosco vivono dei lupi…» E il resto lo conoscete.

2.   Versione due. In medias res. Cappuccetto Rosso era così contenta! Gli uccellini cantavano, splendeva il sole, e i fiori di campo erano sbocciati! Che bella idea, raccoglierne un mazzo per la nonna! Ma contrariamente alle istruzioni che aveva ricevuto prima che iniziasse la storia, Cappuccetto Rosso si era allontanata dal sentiero e, a un tratto, da dietro un albero, era spuntato un signore gentile ma decisamente villoso, con denti candidi e puntuti. «Buongiorno, bambina» disse. «Cosa stai facendo?» «Raccolgo un mazzolino per mia nonna, che abita dall’altra parte del bosco» disse Cappuccetto Rosso. E il resto lo conoscete.

3.   Versione tre. Retrospettiva, con flashback. Ripensandoci, la nonna di Cappuccetto Rosso rabbrividiva, ogni volta che ricordava i momenti orribili che aveva passato nella pancia del lupo.

C’era un gran buio là dentro, e un odore decisamente acre, nonché un gran numero di borse di plastica che il lupo aveva mangiato per sbaglio, oltre ai resti di diversi panini al prosciutto. La nonna preferiva di gran lunga quelli al crescione. Ma il peggio di quel calvario era che le era toccato ascoltare in silenzio il lupo che la imitava, dopo essersi travestito con la sua camicia da notte e il suo berretto. Una pessima imitazione! Il tutto per irretire la sua amata nipotina, Cappuccetto Rosso! Ma poi, per fortuna, era arrivato… E il resto lo conoscete.

Oppure potremmo adottare un punto di vista più sinistro – quello che di regola viene adottato nei romanzi gialli – e cominciare col cadavere. Ma il cadavere di chi? In una della versioni della fiaba, tirano le cuoia sia la nonna che il lupo, e in un’altra solo il lupo. Perché non raccontare la storia in entrambi i modi e lasciar decidere al lettore? Lo hanno fatto in molti, compresi gli autori di Write Your Own Adventure Stories, e pure Charlotte Brontë, nel suo romanzo Villette. In un caso simile non c’è un solo ordine di eventi, ma due.

Oppure, nel caso di più voci narranti, si hanno parecchi ordini di eventi.  È lo schema proposto da Rashomon, il film di Kurosawa, con tale successo che il titolo è diventato, fra gli scrittori, un modo di indicare questo genere di approccio pluri-intrecciato, in cui ogni racconto contraddice gli altri: «Ah. Ti giochi il Rashomon» potrebbero dire, annuendo con sagacia.

Certe strutture narrative somigliano a un puzzle: prima della fine vediamo come i tanti pezzi si incastrano abilmente insieme. Altri ricordano il gioco per bambini Cluedo – l’autore sparpaglia gli indizi, il lettore cerca di individuarli. Ma qualunque siano la storia e la struttura, c’è sempre – nell’atto del racconto, e nell’atto della narrativa – una presunta interazione fra chi tesse il discorso e chi lo dipana e lo interpreta: l’ascoltatore e il lettore. 

La carta della Ruota della Fortuna ha a che fare col tempo. In America c’è un famoso programma televisivo che si chiama The Wheel of Fortune, e sia il programma televisivo sia la carta dei tarocchi traggono il nome e il simbolismo dalla divinità romana Fortuna, appunto la dea della fortuna. I romani la pregavano nella speranza che li favorisse e concedesse loro la ricchezza materiale. Ma lei era notoriamente volubile e imprevedibile, come i giocatori d’azzardo ben sapevano. È lei – altrimenti nota come Lady Luck – che viene invocata nel pimpante numero cantato e danzato della commedia musicale Bulli e Pupe, degli anni Cinquanta, dal titolo “Luck, be a lady tonight”, in cui un personaggio lancia i dadi. Implora Lady Luck di comportarsi da signora e restargli accanto, invece di andarsene a zonzo come fa così spesso.

La volubilità della dea Fortuna è la caratteristica invocata nel canto iniziale dei Carmina Burana, musicati da Karl Orff. Il testo latino comincia così:

 

O Fortuna
Velut luna
Statu variabilis
Semper crescis
Aut decrescis;
Vita detestabilis
Nunc obdurat
Et tunc curat
Ludo mentis aciem,
Egestatem,
Potestatem
Dissolvit ut glaciem.
Sors immanis
Et inanis,
Rota tu volubilis
[…]

O Fortuna, sei volubile come la luna, sempre cresci o cali. Questa misera vita ora rovina, ora per capriccio cura, e scioglie come ghiaccio povertà e potere. Sorte, mostro di vacuità, malevola ruota vorticante - la felicità è vana, e sempre svanisce.

Lady Luck e la sua talvolta malevola Ruota della Fortuna sono giunti fino alla simbologia medievale e del primo Rinascimento, e dunque nei tarocchi dei chiaroveggenti. Fortuna era ben nota a Shakespeare, per esempio. Recentemente mi è toccato pensare per un certo tempo a questa dea perché ha un ruolo importante nella Tempesta, una delle ultime commedie di Shakespeare. In quest’opera, alla figura centrale, il mago Prospero – dal cui nome comprendiamo che è il beniamino di Fortuna – va tutto storto da dodici anni, dopo che è stato spodestato dal perfido fratello, mandato alla deriva su una barca che fa acqua, e abbandonato su un’isola remota. Lì sarebbe rimasto, se non fosse per la condotta – cito -  di una «stella propizia», che è legata alla dea Fortuna – nota qui come «munifica Fortuna, mia sola signora». È grazie a tale influenza che i nemici di Prospero entrano nel raggio dei suoi poteri magici, consentendogli di creare l’illusione della tempesta che dà inizio alla commedia.

Ero immersa in questo materiale perché – partecipando all’Hogarth Shakespeare Project – stavo scrivendo una versione del dramma in forma di romanzo moderno, poi pubblicato come Hag-Seed (Seme di strega) – che è uno degli insulti rivolti a Calibano, creatura di terra.

Nel mio romanzo doveva essere rappresentato ogni elemento della commedia, ma cosa potevo fare in merito alla «stella propizia» e alla «Munifica Fortuna, mia sola signora»? L’azione non poteva iniziare senza di loro, o di lei, che tuttavia nel testo originale non sono personaggi veri e propri. La mia soluzione è stata inserire una donna influente, chiamata Estelle, dai gioielli luccicanti e dai modi scintillanti – per risolvere gli aspetti «stellari» - e incline a portare vestiti adornati di ruote e frutti e fiori, dato che i simboli di Fortuna sono la ruota e la cornucopia, o corno dell’abbondanza, che poi è quello che speri di ricevere da lei. È a causa di Estelle, che agisce dietro le quinte, che i nemici del mio protagonista gli capitano a tiro.

Nei tarocchi più semplici, come i marsigliesi, la Ruota della Fortuna ha perduto la dea, ma nei precedenti tarocchi viscontei Fortuna è ben presente. Gira lentamente la sua ruota, e così fa salire le persone sulla sinistra della ruota (quindi a destra di Fortuna). In cima, un individuo momentaneamente favorito dalla sorte è raffigurato con la corona in testa, ma altri – che in cima sono già stati – vengono scagliati alla sinistra di Fortuna o schiacciati sotto la ruota.

Da qui deriva il termine «rivoluzione». Un rivoluzione implica un giro di ruota – mediante il quale chi è in fondo sale in cima, e chi è in cima viene deposto.

Questo genere di rivolgimento, fra parentesi, non assicura l’uguaglianza, ma solo un considerevole mutamento di rango, per alcuni propizio e per altri sventurato. E, poiché ogni simbolo umano ha una propria versione negativa, nel medioevo la ruota diventò anche uno strumento di tortura particolarmente sgradevole, noto come… la ruota.

Le società umane sono in perenne cambiamento; pertanto non è possibile trovarsi sul lato sbagliato della Storia – se per Storia intendiamo chi detiene il potere politico e chi no, chi è intellettualmente di moda e chi no – perché la Storia così concepita non ha un dritto e un rovescio. La Storia non è una progressione lineare inevitabile. Non comincia con la Genesi andando avanti fino all’Apocalisse, a seguito della quale compare la Città di Dio e tutto si sistema per sempre. Non c’è inevitabilità nel corso dei poteri e delle abitudini umane: ciò che oggi può sembrare il verso giusto della Storia, domani può ben essere etichettato come il verso sbagliato, e poi di nuovo quello giusto dopodomani.

Nella scrittura dei romanzi, il ruolo della dea Fortuna è assunto da chi scrive. È la romanziera, o il romanziere, a organizzare il tempo e a far girare la ruota, innalzando verso la felicità certi personaggi, deponendone altri o persino facendoli morire. Forse il tempo nel romanzo è sempre una combinazione di ruota e strada: la ruota gira, e le fortune – in amore e nella vita – si creano e si distruggono, ma nel frattempo la ruota viaggia lungo la strada e anche il tempo avanza in maniera lineare. Quando si scrive un romanzo, si deve badare all’orologio e al calendario: ha avuto abbastanza tempo X per intrufolarsi nella serra e uccidere Y? Ma bisogna anche tenere d’occhio la luna che, già lo sappiamo, raffigura l’illusione.

La fortuna è come la luna: Semper crescis, aut decrescis. Sempre a crescere o a calare. 

La mia terza carta è la Giustizia, altrimenti detta Bilancia. L’ho scelta per simboleggiare la fine del romanzo.

In quanto a giustizia non ci si può aspettare granché dalla dea Fortuna e dalla sua volubile ruota, ma nei tarocchi il concetto esiste, ed è rappresentato dalla carta della Bilancia – la bilancia a due braccia – o Giustizia, la dea della giustizia. Anche in questo caso si tratta di una divinità romana – la familiare figura che a volte vediamo fuori dai tribunali, con una spada in mano a significare la pena e una bilancia a due braccia nell’altra, a indicare il peso delle prove e di conseguenza un giusto verdetto. Come forse vi aspettereste, la dea della Giustizia è governata dal segno astrologico della Bilancia. Talora Giustizia è bendata, per mostrare che non fa favoritismi e non si lascia corrompere. Nel mazzo Visconti, però, non porta la benda. Vede tutto.

La dea della Giustizia risale ai tempi dei Romani – e per questa via è entrata nei tarocchi – ma la sua bilancia a due braccia risale a molto prima. Nell’antico Egitto, dopo la morte finivi nell’aldilà, dove il tuo cuore veniva posto su un piatto della bilancia e confrontato alla piuma della dea della Verità o del Giusto comportamento. Se non era altrettanto leggero, era dato in pasto a un soprannaturale coccodrillo e divorato. Potevi barare, facendoti mettere nel sarcofago un talismano – altra utile funzione della scrittura – ma forse era presente il dio Thoth, che aveva testa di ibis e proteggeva gli scribi, con un elenco scritto di tutte le tue azioni buone e cattive.

Nella chiaroveggenza coi tarocchi, questa carta simboleggia una soluzione positiva per te, se tu stesso hai agito con bontà e giustizia. Altrimenti devi fare attenzione; perché sui piatti della Bilancia verranno messi da una parte il tuo comportamento verso gli altri, e dall’altra il comportamento del fato nei tuoi confronti. L’azione di questa carta non somiglia affatto a quella della Ruota della Fortuna: è esattamente l’opposto. Dice che esiste un ordine etico, e che tu ne sei parte. È una carta che non si occupa di ciò che sta avvenendo – la parte centrale di un romanzo, diciamo – bensì dei suoi esiti: risoluzioni ed epiloghi.

Adesso la sequenza di carte mostra l’ordinamento dei romanzi. Per l’inizio di un romanzo, la Papessa o Sacerdotessa, con i suoi segreti e le sue allusioni; per la parte centrale la Ruota della Fortuna, con il suo dipanare il tempo e gli eventi e la sorte cangiante dei suoi personaggi; e per il finale la Giustizia, o Bilancia, quando – speriamo noi – i personaggi riceveranno la sorte che si meritano: buona per i buoni, cattiva per i cattivi.

È certamente questo che ci auguravamo da bambini, e in genere le fiabe popolari sono liete di venirci incontro. Cenerentola, essendo un personaggio buono, riceve una sorte decisamente migliore nella forma di un uomo bello e ricco che passa di lì a cavallo e ha il feticcio delle scarpe – be’, sempre meglio che trastullarsi con le ceneri – e Cappuccetto Rosso viene salvata dal lupo. Quanto saremmo infelici se le cose andassero altrimenti, e Cappuccetto Rosso non diventasse altro che un pasto succulento per il lupo!

Ma viviamo in un’epoca ironica, Caro Lettore. A volte gli epiloghi dei nostri romanzi non sono così semplici. Anzi, il più delle volte non lo sono. Ci sono molte altre carte nel mazzo – la Torre, per esempio, che è catastrofica, o l’Appeso, che promette l’illuminazione, ma solo se passi un certo tempo a ciondolare da un albero a testa in giù. O il Mago, un’ottima carta per gli artisti. Potremmo ragionare anche su queste altre carte come possibili guide per la scrittura di un romanzo.

Ma quali che siano le carte prescelte, la dea della Giustizia con la sua bilancia è sempre in qualche angolo della nostra mente, per dirci, se non che gli eventi del nostro romanzo hanno preso la piega aspettata, quanto meno come avrebbero dovuto svolgersi. Di regola, sappiamo quando le cose sono giuste e quando non lo sono. Ci auguriamo che lo siano, ma non sempre succede. Questa, ahimè, è la vita vera. Oppure, in un romanzo, l’illusione della vita vera.

E ora è tempo che io chiuda il mio mazzo di carte e lo infili nella tasca della mia giacca da mago. Nelle carte dei tarocchi, il Mago è forse un semplice prestigiatore? A volte. I romanzieri hanno i loro trucchi. Piuttosto spesso tirano fuori conigli dai cappelli. Ma a un livello più profondo, la carta del Mago interessa una trasformazione positiva. E altrettanto, si spera, fa il romanzo.

«Il suo libro mi ha cambiato la vita» viene spesso detto agli scrittori. A quel punto è preferibile non domandare come. È una domanda a cui è tenuto a rispondere il lettore.

Perché l’autore adesso deve passare alla composizione di un nuovo romanzo, oppure tornare all’inizio – alla carta della Sacerdotessa con la sua nuova tornata di segreti, allusioni e intuizioni. Come il dio Ermes, è lei che apre le porte. Poi cosa succederà? Non vediamo l’ora di saperlo, ma in una storia, l’unico modo di scoprirlo è seguire la via della Ruota – tutta svolte e meandri – fino nel bosco, che, come sempre, ci sono lupi, e fortune alterne, e illusioni, e alla fine, forse, un poco di giustizia.
Grazie.

[1] Leggi che regolamentavano gli orari di apertura dei negozi e dei locali.