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Vincitore 2019

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2019 XIII EDIZIONE, VINCE ANNIE ERNAUX

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ANNIE ERNAUX, UNA DONNA traduzione di Lorenzo Flabbi – L’Orma

Annie Ernaux, nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940, è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

Motivazione

“Una donna è un capolavoro minimalista. Qualche giorno dopo la morte della madre malata di Alzheimer in un ospedale alla periferia di Parigi, Annie Ernaux decide di scrivere di lei nel modo più sobrio e sincero che si possa immaginare. Ritrae sua madre in tutta la sua caparbietà, autodisciplina, violenza e tenerezza. La madre (mai citata per nome) lavora notte e giorno, decisa a dare alla figlia una vita migliore della sua. Questo magnifico libro, insieme agli altri pubblicati da Annie Ernaux, è la dimostrazione che le ambizioni di sua madre si sono realizzate. Ma non si tratta soltanto della storia di una famiglia povera che vive nella campagna della Normandia durante e dopo la seconda guerra mondiale. È anche il ritratto di un’intera generazione. Come nel successivo romanzo Gli anni, Annie Ernaux, forse influenzata dal filosofo Bourdieu, dipinge un quadro più ampio degli effetti culturali della povertà su un’intera popolazione. È un libro che tutti potranno apprezzare, per il suo carattere intimo, la sua franchezza e la toccante evocazione di un genitore defunto”.


2019 FINALISTI XIII EDIZIONE

 
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ANDRÉS BARBA, REPUBBLICA LUMINOSA traduzione di Pino Cacucci – La nave di Teseo

Romanziere, saggista, poeta, traduttore, sperimentatore di forme espressive solidamente fondate sul canone occidentale ma protese a rinnovarlo, Andrés Barba ci consegna un oggetto felicemente misterioso e inclassificabile che è molte cose:  fiaba iperrealista “con la morale in sospeso”, apologo politico, puzzle dai troppi pezzi volutamente mancanti, finta cronaca aperta su domande perturbanti.

Nella placida San Cristóbal, città subtropicale circondata da una giungla implacabile, reale e immaginaria come quelle di Garcia Marquez, a metà negli anni ’90 piomba una banda di bambini selvaggi segnati da una inquietante diversità. Nessuno sa chi siano e da dove vengono.  Si rivelano presto “ingegnosamente maligni”, parlano una lingua nuova e magica che sembra voler rinominare inventivamente le cose, non hanno un capo riconosciuto, scippano, rubano,  costruiscono una loro controcittà nel sistema fognario, attaccano e distruggono un supermercato, arrivano a uccidere come obbedendo a un software biologico.

La loro radicale alterità, che provocherà una risposta spietata, finisce per rivelare la fragilità dei nostri strumenti interpretativi, inadeguati e autoindulgenti, incapaci di uscire dai comodi stereotipi di una presunta razionalità,  e di aprirsi ad una lettura della realtà.  

La finta oggettività della ricostruzione che vent’anni dopo ne fa un anonimo funzionario dei servizi sociali, si fonda sul rigore della scrittura, così sorvegliata da apparire naturale. Quella che ha le apparenze di un’indagine sociologica diventa così un forte apparato metaforico sulla natura del male, sulla falsa immagine che abbiamo dell’infanzia, ma anche sulla fatale attrazione per tutto quello che ci minaccia: “Ci affascina ciò che ci esclude”, scrive l’autore. Un romanzo acuminato, condotto con mano ferma, che fa di Andrés Barba uno dei narratori più necessari su cui possa contare la letteratura europea.

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ELIF BATUMAN, L’IDIOTA traduzione di Martina Testa – Einaudi 

È il 1995, siamo a Havard, e Selin è all’inizio del suo percorso universitario. Le email – la cosiddetta posta elettronica - sono una novità: non si deve più aspettare settimane e correre alle cassette delle lettere per avere una risposta. Il che scombina, tra le cose, il tempo delle relazioni.

Con questo anacronismo, Elif Batuman apre L’idiota, certamente uno dei romanzi di più strabiliante originalità del 2018, acclamato negli Stati Uniti e non solo come uno dei libri più significativi, arrivato a un soffio dal Pulitzer. Collaboratrice del New Yorker dal 2010, Batuman scrive un romanzo che ha una natura spuria: come tutti i libri che lasciano davvero il segno, è un oggetto letterario non identificato, sospeso com’è tra l’autobiografia, il memoir e il romanzo di formazione.

Dentro ci sono tutte le passioni della scrittrice americana di origine turca che avevamo già incontrato ne I posseduti, irresistibili saggi narrativi dedicati agli scrittori russi. E dunque la lingua russa, l’immigrazione di seconda generazione, e una contagiosa propensione a ridere di sé. Titolare L’idiota – titolo di evidente ascendenza dostoevskiana - una sorta di autobiografia, per quanto molto romanzata, va evidentemente in quella stessa direzione.

Con questo romanzo, che pur essendo tecnicamente un esordio ha la solidità di un romanzo della maturità, Batuman riesce in un miracolo che è concesso a pochi: scrive un libro di altissima caratura letteraria, infarcito di rimandi letterari, che però si legge con lo spasso di una sit-com. A differenza di una sit-com, l’effetto dura a lungo, come a lungo brillerà la stella di questa scrittrice destinata a segnare la letteratura dei prossimi anni. 

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STEFAN MERRILL BLOCK, OLIVER LOVING traduzione di Massimo Ortelio – Neri Pozza

Dopo l’intenso esordio con Io non ricordo, Stefan Merrill Block ci dà una prova decisiva del suo talento con un romanzo che prende di petto il lettore e lo obbliga a misurarsi con gli incubi e i dilemmi etici del nostro tempo. In una cittadina ai confini con il Texas, la mattanza messa in atto  da un giovane immigrato messicano durante il ballo della scuola sprofonda il diciassettenne Oliver in un coma vegetale di dieci anni, disgrega una famiglia, sconvolge per sempre una comunità e avvia un’ondata di xenofobia. Il ragazzo che cercava di passare inosservato  diventa un fantasma che aleggia su una città avvilita, un oracolo muto, un’ossessione, un rimpianto.

Block ha scritto un romanzo sulla fatica della speranza e sulla durezza dei suoi costi, e sulla sospensione del tempo creata dal limbo del coma, in cui i personaggi sono costretti a scoprire chi sono veramente per cercare di rinascere anch’essi una seconda volta. Un romanzo sulle scelte drammatiche cui ci può obbligare la ferocia del caso: l’assunzione delle responsabilità dell’età adulta, che sembra appannaggio della donne e che fa della madre di Oliver una custode della speranza; o la rimozione, l’abbandono e la fuga, che segnano la resa del padre e del fratello, ma anche della ragazza amata da Oliver. Nella mappatura delle nostre fragilità, che Block traccia con mano maestra, con una pietà che nasce dalla spietatezza, stanno cifrate le possibilità di un riscatto che ci può riconsegnare all’umano.

Block è riuscito nella duplice impresa di radiografare lucidamente  l’America degli ultimi decenni e le stragi che la devastano, e di calarsi intrepidamente nel cuore di tenebra della famiglia, il luogo dove si finisce sempre per giocare la partita del grande romanzo.

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OLGA TOKARCZUK, I VAGABONDI traduzione di Barbara Delfino– Bompiani

“La mobilità è realtà”, dice la narratrice anonima del memorabile e magnifico romanzo I vagabondi di Olga Tokarczuk. Il titolo originale dell’opera è “Bieguni”, termine polacco che descrive un gruppo di nomadi slavi che, come mistici moderni, cercano la salvezza nel moto costante. Per rappresentare questa incessante mobilità, Olga Tokarczuk costruisce una storia fatta di pietre di un passatoio, di eventi visti di sfuggita e di personaggi mai raccontati fino alla fine, il tutto come se fosse visto dal finestrino di un’automobile che viaggia veloce. “Traggo la mia energia dal movimento, dagli scossoni di un autobus, dal rombo di un aereo, dal dondolio dei traghetti e dei treni”, ci spiega la narratrice. Di fatto, il mondo ci viene presentato come una Wunderkammer, piena di strani esemplari, bizzarre formazioni, stramberie e meraviglie. I vagabondi ci accompagna in un viaggio magico nel tempo e nello spazio, dal XVII secolo dell’anatomista olandese che scoprì il tendine d’Achille alla nostra sconcertante epoca, passando per il XIX secolo di Chopin, quando, dopo la morte del compositore, la sorella ne riportò il cuore a Varsavia, come una reliquia sacra. I vagabondi è un registro di viaggio, un diario filosofico, uno zibaldone di aneddoti, una raccolta di descrizioni poetiche, un’opera magistrale di finzione e realtà che Walter Benjamin aveva previsto quando scriveva: “[…] i frammenti di un vaso, per lasciarsi riunire e ricomporre, devono susseguirsi nei minimi dettagli, ma non perciò somigliarsi […] “.


PREMIO GREGOR VON REZZORI – CITTÀ DI FIRENZE
PER LA MIGLIORE TRADUZIONE DI UN’OPERA NARRATIVA STRANIERA

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ENRICO TERRINONI
per ANTOLOGIA DI SPOON RIVER di EDGAR LEE MASTERS – Feltrinelli

Motivazione

“La “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters è in Italia un classico tra i classici, uno di quei testi sacri e – apparentemente – intoccabili che sembrano resistere impavidi all'avvicendarsi delle generazioni e all'inevitabile modificazione degli orizzonti e dei riferimenti.
Presenti nelle antologie scolastiche più coraggiose già dagli anni Sessanta, quei testi non solo non subirono, da parte dei giovani del Sessantotto, il rifiuto decretato a tutto ciò che provenisse da una qualche autorità – in particolare da quella scolastica –, ma al contrario diventarono una sorta di cifrario di un filone più sommesso e meno eclatante del movimento, quello di una smagata ma pugnace malinconia. Non fu estranea a questa bizzarra “fortuna” del testo la figura, tanto antiautoritaria  quanto a propria volta autorevole, della traduttrice, Fernanda Pivano, che all'opera garantì la stessa aura “rivoluzionaria” che sarà il punto di forza delle sue versioni dei poeti della beat-generation. L'uscita poi, alla fine del 1971, dell'opera di Fabrizio De André Non al denaro, non all'amore né al cielo, che dell'Antologia costituisce una sorta di ritraduzione nel linguaggio musicale, sancì la definitiva monumentalizzazione dell'opera.

Di tutto questo ha dovuto tenere conto Enrico Terrinoni quando, inseguendo un dèmone che conosce bene, quello della sfida al limite del possibile, ha deciso di gettarsi in quest'impresa. Tradurre dopo Pivano non solo si può, ma ormai si deve: bella e "giusta" per i suoi anni, quella versione non morde più come allora, e mostra qua e là le rughe di una prassi traduttiva tutta volta all'adattamento, all'arrotondamento, alla ripulitura; tradurre dopo Pivano e De André è viceversa, ancora oggi, un azzardo e una scommessa. Quelle versioni sono dentro di noi con la forza irresistibile della musica, che le ha come fermate per sempre, consegnandole alla parte più forte, più intima e conservatrice della nostra memoria. Ci voleva tutto il coraggio, tutta l'intelligente e giovanile baldanza di chi ha ritradotto l'Ulisse per fornire una nuova versione dell'Antologia: questa di Terrinoni è bellissima e necessaria, colta e decisa, accurata e convincente; ora orgogliosamente diversa, ora, vorrei dire, affettuosamente vicina a quei due grandissimi. E sempre e fino in fondo consapevole della grande responsabilità etica del traduttore che ri-traduce un classico: la responsabilità di condurre l'opera attraverso il tempo, il proprio e quello che verrà; di lavorare, come avrebbe detto Gregor von Rezzori, per una “effimera eternità”.